martedì 4 settembre 2012

Velista Mascherato Begins

Quando entriamo nella hall dell'albergo, il ragazzo dietro al banco dell'accettazione ci guarda con una diffidenza che nemmeno la sua compostezza professionale riesce a nascondere del tutto. Un po' come nei film, quando la banda di Hell's Angels sporchi e cattivi entra nella tavola calda della stazione di servizio nel deserto e il tipo dietro il bancone non sa cosa fare; percepisce il pericolo incombente, ma teme che reagire potrebbe peggiorare le cose.

Comunque, quando entriamo nella hall dell'albergo, è già finito tutto; siamo stanchi, sporchi e avviliti. Sporchi magari nemmeno tanto, ma non sono proprio certo che profumiamo: quasi tre giorni che siamo in mare, e l'acqua l'abbiamo usata solo per bere. La pioggia, e ne abbiamo presa tanta, è scivolata via sulle nostre cerate, non è passata sotto: sono cerate buone, costose. Io ho i pantaloni zuppi, ma solo perché quando siamo arrivati in porto sono uscito fuori senza mettermi la salopette: sembrava che stesse smettendo; quando mi sono reso conto che non avrebbe smesso, era troppo tardi per correre ai ripari. Chi se ne frega: tutto quello che voglio, adesso, è una doccia calda, qualcosa da mangiare e un letto. E io sono uno di quelli che si è stancato di meno.

Poggiamo le nostre sacche in un angolo e ci avviciniamo al bancone. Qualcuno dice al portiere che abbiamo bisogno di dormire, che siamo in otto; il ragazzo chiede se abbiamo una prenotazione. Tropea, martedì 21 aprile, piove che Dio la manda, e lui ci chiede se abbiamo prenotato.. Ci guardiamo l'un l'altro, perplessi: probabilmente sì, non lo sappiamo: se n'è occupato Massimo che è del posto, ma Massimo è ancora fuori, che si accorda con i nostri accompagnatori per domani mattina. Gli diciamo un paio di cognomi, per prova, ma inutilmente. È chiaro che non ci sono problemi di posto, ed è altrettanto chiaro che, appena arriveranno Massimo e/o Maurizio, che hanno l'accento locale, noi otterremo le nostre stanze, ma sentirsi rifiutati così, aprioristicamente, solo sulla base del nostro aspetto e delle nostre emanazioni olfattive è svilente.

- Siete venuti in moto?, chiede il giovane, indicando le nostre borse nere.
- In barca, rispondiamo noi.
Il ragazzo ci fissa per un attimo, incredulo; poi:
- No, seriamente: come siete arrivati?

Era, per noi, la fine della Roma X Tutti 2009: dopo una notte passata a rincorrere Ikarus, la nostra randa in 3DL, sull'ennesima strambata, si era aperta come un pacchetto di crakers, costringendoci al ritiro a poche miglia dal passaggio di Stromboli. L'umore dell'equipaggio non era certo alle stelle, ma il mio in particolare era decisamente plumbeo: avevo passato le ultime dieci ore sdraiato sottocoperta, in preda a un violento attacco di mal di mare, mentre il resto dell'equipaggio - quelli bravi, quelli capaci - se ne stava in pozzetto a combattere con lo spi, le onde e la pioggia.
Nessuno mi aveva detto niente, ma io mi sentivo di schifo lo stesso: avevo ottenuto quell'imbarco grazie all'amicizia con Marzio e mi ero illuso che potesse essere l'occasione per cominciare a regatare con dei semi-professionisti, ma il mio sistema nervoso simpatico aveva mandato tutto a puttane.
Simpatico un par di palle..

Sì, d'accordo: io soffrivo di mal di mare solo il primo giorno, poi, com'era successo durante il trasferimento di Terramia da Gibilterra alle Canarie, mi passava tutto e potevo stare sotto coperta con onde di due metri a fumare il Toscano e fare le parole crociate, ma se proprio in quel primo giorno c'era da fare, ero inutile, ingombrante e, potenzialmente, dannoso. Non si poteva fare.
L'unica soluzione era di riuscire ad andare in mare più spesso: una, massimo due regate al mese non erano sufficienti. Dovevo trovare il modo di andare in acqua almeno una volta a settimana e, soprattutto, dovevo ricominciare da zero, con umiltà e dedizione; dimenticarmi quei nove anni passati sui cabinati e tornare a scuola sulle derive.

Probabilmente, avrei dovuto anche imparare a timonare.

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