lunedì 17 settembre 2012

Conseguenze dell'assunzione di alcolici sulla conduzione di imbarcazioni a vela


Codice della navigazione
(Approvato con R.D. 30 marzo 1942, n. 327)
Parte aggiornata alla legge 24 novembre 1981, n. 689
Art. 1120 - Ubriachezza
Il comandante della nave, del galleggiante o dell’aeromobile ovvero il pilota dell’aeromobile, che si trova in tale stato di ubriachezza, non derivata da caso fortuito o da forza maggiore, da escludere o menomare la sua capacità al comando o al pilotaggio, è punito con la reclusione da sei mesi ad un anno.

Leggendo questo articolo del Codice della Navigazione, si può pensare che condurre un'imbarcazione in stato di ebrezza sia, tutto sommato, un peccato veniale - posto, ovviamente, che tu non abbia bevuto con il preciso e dichiarato intento di ubriacarti.
In altre parole, se sei ciucco come un'oca per un caso fortuito (p.es. perché la forza di gravità continuava a far cadere nel tuo stomaco la Vodka che tu poggiavi in bocca) o per cause di forza maggiore (p.es. Il comandante in seconda ha detto davanti a tutti gli ufficiali che riesce a bere più B52 di te e allora, per evitare un ammutinamento, sei stato costretto a dimostrare che si sbagliava), puoi pure affondare un peschereccio, tanto, nessuno ti dirà niente.

Lungi da me l'intento di denigrare quanto stabilito dal Legislatore, vorrei precisare che quanto sopra può essere valido (forse) per il comandante di un incrociatore, di una petroliera, di un traghetto o, comunque, di una qualsiasi imbarcazione di grosse dimensioni, realizzata in metallo; laddove si navighi in solitario su un'imbarcazione in vetroresina di trentotto piedi, bere in maniera eccessiva è SBAGLIATO. Ve lo può confermare il Velista Mascherato, che, quest'oggi, ha potuto esperire in prima persona la veridicità di tale affermazione.

Intendiamoci: il nostro eroe, pur essendo tutt'altro che astemio, è, da sempre, contrario all'assunzione di alcolici durante la navigazione. Anche se non concepisce l'ipotesi di un'uscita in barca che non termini con una birretta al tramonto, non permette né a sé né a nessuno del suo equipaggio di bere alcolici prima che siano completate le operazioni di ormeggio. Oggi, però, per almeno due motivi di forza maggiore (ovvero, indipendenti dalla sua volontà), ha portato a bordo una bottiglia di Franciacorta, bevendone circa la metà.
Volendo, potremmo addurre a sua discolpa anche la seconda circostanza attenuante prevista dal nostro benevolo Codice, dacché, per un caso fortuito (il lunedì, le pescherie sono chiuse perché la domenica i pescherecci non escono in mare), non aveva trovato le ostriche che si era promesso per pranzo e si era dovuto accontentare di qualche craker con sopra delle uova di lompo - un alimento non sufficiente ad assorbire l'alcol nel suo stomaco - ma rimane il fatto che bere è stata una cazzata, e non nell'accezione velistica del termine.

Il primo problema che sorge successivamente all'assunzione di alcolici durante la navigazione è subdolo e quasi impercettibile, ma potenzialmente letale: si perde cognizione dell'utilità della virata. Lo stato di benessere conseguente all'irrorazione alcolica della corteccia cerebrale spinge il Velista Ebbro a ragionare nei termini della nota canzone di Orietta Berti: Finché la barca va, lasciala andare.
"Sì, d'accordo," pensa il Velista Ebbro. "Sto procedendo a cinque nodi su rotta 220° e sono circa a dieci miglia dalla costa, ma sto tanto bene! perché dovrei affaticarmi a virare? Fra centocinquanta miglia c'è la Sardegna e anche se la lisciassi, sono comunque all'interno di un mare chiuso: male che vada, finirò in Algeria o a Sidi Bou Said.."

Se l'assunzione alcolica continua oltre questo primo stadio, la situazione si complica, perché il Velista Ebbro perde di coordinamento e di lucidità: riesce ancora a governare la barca (la reazione alle fluttuazioni dei filetti del genoa è, per lui, un automatismo), ma non riesce a fare altro. O meglio: ha paura di fare qualsiasi altra cosa. Quella stessa, sottile, paranoja che fa di lui un buon marinaio e che lo porta a valutare in anticipo tutte le possibili conseguenze di una determinata situazione, si trasforma adesso in terrore puro e lo attanaglia: ha paura di scendere sotto coperta a farsi un caffè perché non è sicuro di riuscire a scendere dalla scaletta; ha paura di andare in pozzetto a virare perché teme di cadere a mare o di stritolarsi le dita fra la scotta e il winch.. insomma: ha paura di tutto.
È solo, su una barca in balia degli elementi e ha come equipaggio un completo imbecille: sé stesso.

Come se non bastasse, negli strati più profondi del suo cervello, là dove nemmeno l'alcol riesce ad arrivare, una parte di lui si rende conto di quanto sta succedendo, ma non riesce a porvi rimedio. Il Velista Ebbro sa di essere a malapena in condizione di gestire l'ordinaria amministrazione (conduzione del natante), ma è conscio anche del fatto che non sarà minimamente in condizione di gestire una qualsivoglia emergenza, per quanto risibile. Se il vento sale ancora un po', o se succede una qualsiasi cosa alla vela di prua, per lui sarà la fine, perché non è in condizione di arrivare incolume oltre l'albero.

Non potendo togliere vela e rientrare al circolo a motore, (perché, anche ammettendo che riesca a mettere i parabordi e a centrare la foce del Tevere, poi dovrà ormeggiare nella darsena, in mezzo a tutte le altre barche..), la sua unica speranza di salvezza è di mettersi al Gran Lasco (barca piatta, onde al giardinetto) e di scendere sotto coperta a farsi un caffé, un'operazione che, in condizioni normali, porterebbe a termine in pochi minuti, ma che adesso gli appare insormontabile, se non altro perché non gli è chiaro quale sia, l'andatura di Gran Lasco..

Il fatto che io sia qui ora a raccontarvi queste cose e che questo post non abbia intorno una cornice nera, come i necrologi, non vuol dire che esiste comunque una possibilità di salvarsi da simili situazioni, ma solo che oggi, al nostro eroe, ha detto culo.
Non è una cosa su cui si possa fare affidamento.

Nessun commento: