mercoledì 28 dicembre 2011

Maltese corto, quarto giorno - La partenza

Come molti di voi sapranno, gli antichi hanno spesso associato la Luna alla morte e questo legame è ancora vivo e presente in alcune culture delle piccole isole del Mediterraneo, dove si chiamano: "Preluna" quegli alberghi in cui i vecchi si recano a passare i loro ultimi giorni sulla Terra.
Filologia a parte, il momento della colazione al Preluna Towers, è una specie di memento mori quotidiano che riuscirebe a deprimere anche il pupazzo di un ventriloquo: decine di anglofoni, biancocanuti e incerti nell'incedere, che si abboffano di alimenti insalubri, nel tentativo di porre fine alla propria esistenza nel minor tempo possibile.

A dispetto della compagnìa tanatoica, il cibo è pessimo: il succo di arancia ha un retrogusto di calzino; le uova non sanno di nulla; il bacon soffritto è duro e sa di pesce; le fette di ananasso, devono essere arrivate sull'isola via mare un giorno di burrasca, perché non ce n'è una intera.

A dispetto della compagnìa tanatoica e del cibo scadente, la pulizia dei tavoli è del tutto sommaria: i molti camerieri presenti in sala appena vedono qualcuno che si alza da tavola al termine del pasto, accorrono (si fa per dire: di solito quello che si alza è un ottuagenario bradipico e fra il momento in cui inizia ad alzarsi e il momento in cui effettivamente si alza passano sempre alcuni minuti) a pulire le tovagliette all'americana dai residui di cibo, ma, forse a causa di qualche strana superstizione isolana, si guardano bene dal pulire anche il tavolo sottostante, che rimane lercio al punto che le guide consigliano di prendere sempre un coltello dal contenitore delle posate anche se non si deve tagliare nulla: servirà per staccare dal piano del tavolo gli abiti o le parti del corpo che resteranno incollate ai residui zuccherini e collosi delle precedenti fruizioni.

Assolto al penoso dovere della commemorazione dei defunti, i coniugi Mascherato recuperano i proprî bagagli, dicono addio a una stanza piena di ricordi (altrui, non loro) e chiamano un taxi: l'aereo che li riporterà a Roma (hurrah!) parte nel primo pomeriggio e così hanno pensato di sfruttare la mattinata per visitare le cosiddette: "Tre città" - Vittoriosa, Senglea e Cospicua - che si trovano al dilà della Grand Harbour.
Quando chiedono al tassista di portarli a Vittoriosa, l'indigeno li guarda come un cocchiere rumeno guarderebbe un viaggiatore che gli chiedesse di essere portato al castello di Dracula, ma i nostri eroi non ci fanno caso: vivono a Roma e sono abituati alle bizzarrie degli autisti pubblici. Arrivati al porto di Vittoriosa, capiscono che il brav'uomo stava facendo i loro interessi, ma ormai è troppo tardi: il tassista li sbarca in mezzo alla desolazione e scappa via lesto, agitando una treccia di aglio e un crocifisso a scopo apotropaico.

La guida dice che il Grande Assedio turco del 1565, pur se infruttuoso, lasciò un segno indelebile nell'isola; ciò che la guida non dice è che, a oggi, 'sto segno ancora non sono riusciti a cancellarlo del tutto..

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