sabato 29 settembre 2012

Roses 2012 - Il viaggio di andata

Il nostro eroe ha partecipato all' European Laser Masters Championship a Roses, in Spagna..

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giovedì 27 settembre 2012

Perdere l'orientamento (sessuale)

La chiave di tutto è la frase riportata nel post precedente:
Se la maggior parte delle barche moderne ha il gennaker, ci sarà un motivo..
Il gennaker è una vela veloce, divertente, facile da utilizzare, ma incompleta. Avendo bisogno di un flusso laminare, ha un raggio di utilizzo limitato: in linea di massima, dagli 80° del traverso ai 120/130° del gran lasco.
All'interno di questi 50°, il rendimento della vela varia sensibilmente a seconda delle sue dimensioni: alle andature più poggiate, un gennaker con la base larga sarà investito dalla scia della randa; alle andature più vicine al traverso avverrà il contrario, con il flusso del gennaker che disturba la randa.
Per evitare questo inconveniente o si riduce la base della vela, riducendone proporzionalmente la superficie, o si allontana il punto di mura dall'albero, alterando il centro di spinta e quindi l'equilibrio della barca.
In altre parole, il gennaker perfetto dovrebbe essere una vela-Barbapà in cui il volume si sposti verso l'alto a mano a mano che si poggia.
E anche se si riuscisse a produrre un simile prodigio, se la barca non avesse un bompresso si dovrebbe murare il gennaker sul tangone, annullando quella facilità di utilizzo che è la unique selling proposition del gennaker.

Un po' la stessa cosa che avviene con la grande innovazione di questo inizio di secolo, i cosiddetti: smart-phone.
Figli dell'unione peccaminosa di un telefono e di un computer, hanno ereditato i geni peggiori di entrambi i genitori: come telefoni sono fragili, scomodi da usare, hanno una pessima ricezione e devono essere ri-caricati con la stessa frequenza dei peggiori Motorola degli anni '90; come computer sono scomodi per scrivere, sono difficili da leggere ed espongono i nostri dati personali a rischi che pensavamo di esserci lasciati alle spalle da almeno un lustro.
Malgrado ciò, e malgrado il loro prezzo esorbitante vada a braccetto con una rapidissima obsolescenza, ormai quasi tutti ne hanno uno, al punto che c'è chi fa l' "esperimento" di vivere un mese senza.

Quella in cui viviamo è inequivocabilmente l'Era dell'Ibrido: siamo circondati da oggetti grazie ai quali compiamo le stesse operazioni che, fino a qualche tempo fa, richiedevano due strumenti diversi. Uniamo un computer con un telefono e otteniamo uno smartphone; uniamo un fuoristrada con una berlina e otteniamo un SUV; uniamo uno spinnaker con un genoa e otteniamo un gennaker.
Ciò che potremo fare - male - con questi bastardi (nel senso patronimico del termine) lo avremmo potuto fare - bene - con i loro genitori, ma sarebbe stato più complicato e questo è un aggettivo che il terzo millennio aborrisce.

"Perché", pensa il Velista del Terzo Millennio, "dovrei perdere tempo con tangone, braccio, scotta, carica-alto e carica-basso, se posso, molto più facilmente, aprire un gennaker?" Non potrò andare in poppa piena? chi se ne frega: con due bordi al gran lasco arriverò nello stesso punto; magari anche prima.
Non ha mica tutti i torti, il Velista del Terzo Millennio, ma siccome la vela (come la vita) è un gioco di equilibrii, per avere una barca capace di planare alle andature portanti, oltre alla poppa piena dovrà rinunciare anche alla bolina stretta. In termini strettamente numerici, il Velista del Terzo Millennio, preferisce sacrificare più di un terzo del raggio di utilizzo della sua barca (45+45 gradi in poppa, più 10+10 gradi in bolina) perché non vuole complicarsi la vita con uno spinnaker.
È per questo motivo, che l'ho chiamato "velista" e non "marinaio".

E per coloro che sono stati così pazienti da leggere fin qui, veniamo adesso alla questione dell'orientamento sessuale.

Di tutti gli omosessuali che conosco, solo uno è così da sempre; tutti gli altri lo sono diventati o per questioni di comodo ("A Milano, se sei gay, è più facile trovare lavoro") o perché si erano dimostrati incapaci di gestire una o più relazioni etero. Come il Velista del Terzo Millennio, hanno preferito un "raggio di utilizzo" ridotto alla fatica di andare a prua a combattere con il tangone (nessun doppio senso implicito, mi spiace). Sono scelte legittime; ciascuno di noi ha il diritto di definire le proprie priorità e gli altri hanno il dovere di rispettare queste decisioni, se il metterle in pratica non causa danno a terzi: meglio un velista che dà spinnaker di uno che accende di nascosto il motore.
D'altro canto, però, ciascuno di noi ha il diritto di scegliere i termini con cui definisce le entità che lo circondano, se questo non causa danno o, pure, offesa ad alcuno.

E io, mi rifiuto di chiamarli: "marinai".

mercoledì 26 settembre 2012

Spinnaker, gennaker e orientamento sessuale

Quando, alla sua prima uscita, lo spinnaker originale del CAT 38 si disintegrò, fu un evento del tutto inatteso, dacché la suddetta vela era pressocché nuova (la veleria che l'aveva prodotta chiuse nel 1989) e conservata con cura maniacale (era riposta, giuncata, nella sua sacca da almeno da due anni).
Trovare un'altra vela fu facile: Carlo, l'amico che era al timone in quel momento, ha una collezione di spinnaker e, generosamente, me ne donò uno; dificile fu decidere cosa fare di quello spi: se limitarsi a ridurlo (la barca di Carlo è un X412) o se trasformarlo in un gennaker.

La cosa buona dell'avere la barca in un circolo velico che è anche un cantiere è che, quando hai un problema tecnico, non devi perdere tempo sui forum, o scrivere alla rubrica "Ask the expert" di Practical Boat Owner: l'esperto ce l'hai lì, a disposizone; gli offri un caffè o una birra e lui ti dice cosa devi fare. La cosa cattiva, dell'avere la barca in un circolo velico che è anche un cantiere è che non sempre gli esperti sono concordi su quale sia la soluzione migliore.

Stefano, l'amico "alberaro" (prferisco il termine gergale a quello anglofilo, ché: "rigging" ha una spiacevole assonanza con: "rimming") che tormento abitualmente con le mie più assurde ipotesi armatoriali (tipo: "E se al posto dei bozzelli mettessi dei giroscopî?"), mi suggerì di lasciar peredere lo spinnaker e di passare al gennaker.
Le sue argomentazioni erano innecepibili: rispetto allo spinnaker, il gennaker è più facile da gestire; lo puoi dare anche se sei da solo o con tua moglie e anche se non puoi usarlo in poppa piena, visto che non fai regate, che te ne frega?
- Del resto, - concluse. - Se la maggior parte delle barche moderne ha il gennaker, ci sarà un motivo..

Il secondo parere che raccolsi fu quello di Sergio, che, pur ammettendo la superiorità dello spinnaker, mi consigliò il gennaker, per gli stessi motivi addotti da Stefano.
Riguardo la possibilità di dare spinnaker da soli, a parte la complessità dell'operazione in sé ("A me, non mi va più di faticare.."), mi insegnò una cosa che mi sarebbe tornata utile in seguito:
- Quando dai lo spinnaker da solo, il vento non è mai troppo forte: cinque, dieci nodi al massimo. Se si mantiene così, non c'è problema, ma se invece aumenta, è possibile che tu non te ne accorga fino a che non è troppo tardi. Senti la barca che accelera, ma non ti accorgi del fatto che il vento sta aumentando perché vai nella sua stessa direzione. A un certo punto, però, ti volti e dietro di te vedi tutte creste bianche. E lì, sono cazzi..

Con il gennaker in vantaggio di due a zero, andai in pellegrinaggio dal terzo oracolo: Marco, proprietario di un Carter 39 e amante della navigazione in solitario.
Il parere che mi diede aveva un che di feticista, ma si rivelò risolutivo:
- L'importante è la calza, - mi disse. - Con la calza, lo spinnaker lo apri e lo chiudi anche da solo. È un po' complicato, ma si può fare. Devi solo ricordarti di passare la scotta che abbassa la calza sotto a una delle bitte, se no, rischi che una ventata ti si porti via.

Era esattamente quello che volevo sentirmi dire: incurante del fatto che il punteggio fosse di 2 a 1 a favore del gennaker, andai dal velajo e mi accordai per la riduzione e la calza. Quando gli raccontai dei diversi pareri ricevuti, Alberto riportò il punteggio in partità con la frase:
- Il gennaker è una vela di merda [sic]. Io ne ho avuto uno, anni fa, per provare, ma dopo un paio di uscite non l'ho più utilizzato.

A due stagioni di distanza, posso dire con buona certezza che avevano ragione tutti quanti: il gennaker è una vela più facile da utilizzare, ma sono comunque contento di avere uno spinnaker, se non altro perché, mentre lo spinnaker lo posso utiizzare come un gennaker, il gennaker non lo potrei utilizzare come uno spi.
È un po' come la differenza fra la porta e la valgia: la valigia si porta, ma la porta non si valigia.

Dice: Sì, d'accordo, ma tutto questo, cosa c'entra con l'orientamento sessuale?
C'entra, c'entra: adesso vi spiego..

(continua..)

lunedì 17 settembre 2012

Conseguenze dell'assunzione di alcolici sulla conduzione di imbarcazioni a vela


Codice della navigazione
(Approvato con R.D. 30 marzo 1942, n. 327)
Parte aggiornata alla legge 24 novembre 1981, n. 689
Art. 1120 - Ubriachezza
Il comandante della nave, del galleggiante o dell’aeromobile ovvero il pilota dell’aeromobile, che si trova in tale stato di ubriachezza, non derivata da caso fortuito o da forza maggiore, da escludere o menomare la sua capacità al comando o al pilotaggio, è punito con la reclusione da sei mesi ad un anno.

Leggendo questo articolo del Codice della Navigazione, si può pensare che condurre un'imbarcazione in stato di ebrezza sia, tutto sommato, un peccato veniale - posto, ovviamente, che tu non abbia bevuto con il preciso e dichiarato intento di ubriacarti.
In altre parole, se sei ciucco come un'oca per un caso fortuito (p.es. perché la forza di gravità continuava a far cadere nel tuo stomaco la Vodka che tu poggiavi in bocca) o per cause di forza maggiore (p.es. Il comandante in seconda ha detto davanti a tutti gli ufficiali che riesce a bere più B52 di te e allora, per evitare un ammutinamento, sei stato costretto a dimostrare che si sbagliava), puoi pure affondare un peschereccio, tanto, nessuno ti dirà niente.

Lungi da me l'intento di denigrare quanto stabilito dal Legislatore, vorrei precisare che quanto sopra può essere valido (forse) per il comandante di un incrociatore, di una petroliera, di un traghetto o, comunque, di una qualsiasi imbarcazione di grosse dimensioni, realizzata in metallo; laddove si navighi in solitario su un'imbarcazione in vetroresina di trentotto piedi, bere in maniera eccessiva è SBAGLIATO. Ve lo può confermare il Velista Mascherato, che, quest'oggi, ha potuto esperire in prima persona la veridicità di tale affermazione.

Intendiamoci: il nostro eroe, pur essendo tutt'altro che astemio, è, da sempre, contrario all'assunzione di alcolici durante la navigazione. Anche se non concepisce l'ipotesi di un'uscita in barca che non termini con una birretta al tramonto, non permette né a sé né a nessuno del suo equipaggio di bere alcolici prima che siano completate le operazioni di ormeggio. Oggi, però, per almeno due motivi di forza maggiore (ovvero, indipendenti dalla sua volontà), ha portato a bordo una bottiglia di Franciacorta, bevendone circa la metà.
Volendo, potremmo addurre a sua discolpa anche la seconda circostanza attenuante prevista dal nostro benevolo Codice, dacché, per un caso fortuito (il lunedì, le pescherie sono chiuse perché la domenica i pescherecci non escono in mare), non aveva trovato le ostriche che si era promesso per pranzo e si era dovuto accontentare di qualche craker con sopra delle uova di lompo - un alimento non sufficiente ad assorbire l'alcol nel suo stomaco - ma rimane il fatto che bere è stata una cazzata, e non nell'accezione velistica del termine.

Il primo problema che sorge successivamente all'assunzione di alcolici durante la navigazione è subdolo e quasi impercettibile, ma potenzialmente letale: si perde cognizione dell'utilità della virata. Lo stato di benessere conseguente all'irrorazione alcolica della corteccia cerebrale spinge il Velista Ebbro a ragionare nei termini della nota canzone di Orietta Berti: Finché la barca va, lasciala andare.
"Sì, d'accordo," pensa il Velista Ebbro. "Sto procedendo a cinque nodi su rotta 220° e sono circa a dieci miglia dalla costa, ma sto tanto bene! perché dovrei affaticarmi a virare? Fra centocinquanta miglia c'è la Sardegna e anche se la lisciassi, sono comunque all'interno di un mare chiuso: male che vada, finirò in Algeria o a Sidi Bou Said.."

Se l'assunzione alcolica continua oltre questo primo stadio, la situazione si complica, perché il Velista Ebbro perde di coordinamento e di lucidità: riesce ancora a governare la barca (la reazione alle fluttuazioni dei filetti del genoa è, per lui, un automatismo), ma non riesce a fare altro. O meglio: ha paura di fare qualsiasi altra cosa. Quella stessa, sottile, paranoja che fa di lui un buon marinaio e che lo porta a valutare in anticipo tutte le possibili conseguenze di una determinata situazione, si trasforma adesso in terrore puro e lo attanaglia: ha paura di scendere sotto coperta a farsi un caffè perché non è sicuro di riuscire a scendere dalla scaletta; ha paura di andare in pozzetto a virare perché teme di cadere a mare o di stritolarsi le dita fra la scotta e il winch.. insomma: ha paura di tutto.
È solo, su una barca in balia degli elementi e ha come equipaggio un completo imbecille: sé stesso.

Come se non bastasse, negli strati più profondi del suo cervello, là dove nemmeno l'alcol riesce ad arrivare, una parte di lui si rende conto di quanto sta succedendo, ma non riesce a porvi rimedio. Il Velista Ebbro sa di essere a malapena in condizione di gestire l'ordinaria amministrazione (conduzione del natante), ma è conscio anche del fatto che non sarà minimamente in condizione di gestire una qualsivoglia emergenza, per quanto risibile. Se il vento sale ancora un po', o se succede una qualsiasi cosa alla vela di prua, per lui sarà la fine, perché non è in condizione di arrivare incolume oltre l'albero.

Non potendo togliere vela e rientrare al circolo a motore, (perché, anche ammettendo che riesca a mettere i parabordi e a centrare la foce del Tevere, poi dovrà ormeggiare nella darsena, in mezzo a tutte le altre barche..), la sua unica speranza di salvezza è di mettersi al Gran Lasco (barca piatta, onde al giardinetto) e di scendere sotto coperta a farsi un caffé, un'operazione che, in condizioni normali, porterebbe a termine in pochi minuti, ma che adesso gli appare insormontabile, se non altro perché non gli è chiaro quale sia, l'andatura di Gran Lasco..

Il fatto che io sia qui ora a raccontarvi queste cose e che questo post non abbia intorno una cornice nera, come i necrologi, non vuol dire che esiste comunque una possibilità di salvarsi da simili situazioni, ma solo che oggi, al nostro eroe, ha detto culo.
Non è una cosa su cui si possa fare affidamento.

martedì 4 settembre 2012

Velista Mascherato Begins

Quando entriamo nella hall dell'albergo, il ragazzo dietro al banco dell'accettazione ci guarda con una diffidenza che nemmeno la sua compostezza professionale riesce a nascondere del tutto. Un po' come nei film, quando la banda di Hell's Angels sporchi e cattivi entra nella tavola calda della stazione di servizio nel deserto e il tipo dietro il bancone non sa cosa fare; percepisce il pericolo incombente, ma teme che reagire potrebbe peggiorare le cose.

Comunque, quando entriamo nella hall dell'albergo, è già finito tutto; siamo stanchi, sporchi e avviliti. Sporchi magari nemmeno tanto, ma non sono proprio certo che profumiamo: quasi tre giorni che siamo in mare, e l'acqua l'abbiamo usata solo per bere. La pioggia, e ne abbiamo presa tanta, è scivolata via sulle nostre cerate, non è passata sotto: sono cerate buone, costose. Io ho i pantaloni zuppi, ma solo perché quando siamo arrivati in porto sono uscito fuori senza mettermi la salopette: sembrava che stesse smettendo; quando mi sono reso conto che non avrebbe smesso, era troppo tardi per correre ai ripari. Chi se ne frega: tutto quello che voglio, adesso, è una doccia calda, qualcosa da mangiare e un letto. E io sono uno di quelli che si è stancato di meno.

Poggiamo le nostre sacche in un angolo e ci avviciniamo al bancone. Qualcuno dice al portiere che abbiamo bisogno di dormire, che siamo in otto; il ragazzo chiede se abbiamo una prenotazione. Tropea, martedì 21 aprile, piove che Dio la manda, e lui ci chiede se abbiamo prenotato.. Ci guardiamo l'un l'altro, perplessi: probabilmente sì, non lo sappiamo: se n'è occupato Massimo che è del posto, ma Massimo è ancora fuori, che si accorda con i nostri accompagnatori per domani mattina. Gli diciamo un paio di cognomi, per prova, ma inutilmente. È chiaro che non ci sono problemi di posto, ed è altrettanto chiaro che, appena arriveranno Massimo e/o Maurizio, che hanno l'accento locale, noi otterremo le nostre stanze, ma sentirsi rifiutati così, aprioristicamente, solo sulla base del nostro aspetto e delle nostre emanazioni olfattive è svilente.

- Siete venuti in moto?, chiede il giovane, indicando le nostre borse nere.
- In barca, rispondiamo noi.
Il ragazzo ci fissa per un attimo, incredulo; poi:
- No, seriamente: come siete arrivati?

Era, per noi, la fine della Roma X Tutti 2009: dopo una notte passata a rincorrere Ikarus, la nostra randa in 3DL, sull'ennesima strambata, si era aperta come un pacchetto di crakers, costringendoci al ritiro a poche miglia dal passaggio di Stromboli. L'umore dell'equipaggio non era certo alle stelle, ma il mio in particolare era decisamente plumbeo: avevo passato le ultime dieci ore sdraiato sottocoperta, in preda a un violento attacco di mal di mare, mentre il resto dell'equipaggio - quelli bravi, quelli capaci - se ne stava in pozzetto a combattere con lo spi, le onde e la pioggia.
Nessuno mi aveva detto niente, ma io mi sentivo di schifo lo stesso: avevo ottenuto quell'imbarco grazie all'amicizia con Marzio e mi ero illuso che potesse essere l'occasione per cominciare a regatare con dei semi-professionisti, ma il mio sistema nervoso simpatico aveva mandato tutto a puttane.
Simpatico un par di palle..

Sì, d'accordo: io soffrivo di mal di mare solo il primo giorno, poi, com'era successo durante il trasferimento di Terramia da Gibilterra alle Canarie, mi passava tutto e potevo stare sotto coperta con onde di due metri a fumare il Toscano e fare le parole crociate, ma se proprio in quel primo giorno c'era da fare, ero inutile, ingombrante e, potenzialmente, dannoso. Non si poteva fare.
L'unica soluzione era di riuscire ad andare in mare più spesso: una, massimo due regate al mese non erano sufficienti. Dovevo trovare il modo di andare in acqua almeno una volta a settimana e, soprattutto, dovevo ricominciare da zero, con umiltà e dedizione; dimenticarmi quei nove anni passati sui cabinati e tornare a scuola sulle derive.

Probabilmente, avrei dovuto anche imparare a timonare.

venerdì 18 maggio 2012

Navigatore tressette (prodromi)

È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m'accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

Herman Melville - Moby Dick

domenica 25 marzo 2012

Velisti d'acqua dolce

Sono capaci tutti, a fare lezione di Laser quando c'è vento, ma solo l'Allenatore Mascherato, riesce a fare lezione anche quando il vento non c'è!
Se non si possono affinare le proprie doti tattiche o le proprie capacità di conduzione, c'è sempre la possibilità di migliorare la propra confidenza con il mezzo eseguendo degli esercizi che, visti così, sembrano scemi e facilissimi, ma che non sono né l'una né l'altra cosa.
Quando, scemata anche l'ultima, flebile bava di vento, il Profeta dell'OCS ha gridato ai suoi allievi: "Mettetevi in piedi davanti all'albero!", il Velista Mascherato ha pensato in un primo momento che il suo Allenatore intedesse il pioppo che si erge solenne sulla riva del circolo, ma poi si è reso conto che l'ordine riguardava l'albero della barca e si è apprestato a eseguire l'ordine ricevuto dal suo méntore.
Sfruttando le sue innate doti di agilità, il Gatto delle Tughe è scivolato (si fa per dire) lungo la coperta e aprendo il boma per bilanciare il suo peso, è riuscito a portarsi nella posizione richiesta; un attimo dopo, però, si è reso conto di aver lasciato la scotta di randa nel pozzetto ed è tornato sui suoi passi per recuperarla, guadagnandosi così la prima scuffia della giornata.
Issatosi a fatica sulla deriva, ha tentato di raddrizzare la barca come ha visto fare a Jon Emmett, scoprendo così che l'unica cosa che hanno in comune lui e Jon Emmett è la predilezione per le camicie azzurre "botton-down".
Rimesso faticosamente dritto il suo Laser, il Lemure dei Bottazzi ha tentato di nuovo il giochimo del boma, senza pensare che un tubo di alluminio pieno d'acqua è più pesante di un tubo di alluminio vuoto e questa disattenzione gli è valsa un terzo bagno nelle immote acque lacustri.

I tentativi seguenti, sono stati ancor più infruttuosi..

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domenica 11 marzo 2012

Velisti nella nebbia - epilogo

Gli inserti anti-condensa della GoPro funzionano davvero bene.
Sono venduti in un astuccio a tenuta stagna richiudibile che contiene tre coppie di inserti, una bustina di Silica-Gel ('o vedi?..) e un utilissimo "Humonitor" con il quale è possibile sorvegliare il grado di umidità all'interno della custodia.
Ciascuna coppia di inserti può essere utilizzata circa quattro volte; per asciugarli e riusarli, basta riscaldarli in forno a 150° per cinque minuti.

L'efficacia del prodotto è precisamente quella pubblicizzata: come vedete dal filmato qui sotto, anche dopo più di due ore di utilizzo continuato, la custodia è del tutto libera da appannamenti e le immagini sono perfettamente nitide.

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domenica 4 marzo 2012

Velisti nella nebbia - seconda parte

Scartata l'ipotesi idroponica casalinga, in pieno delirio ossessivo-compulsivo, il nostro eroe ha ripreso in esame l'opzione Silica-Gel e ha contattato i rivenditori italiani del prodotto che, cortesi e solerti gli hanno risposto:
Per applicazioni del genere, considerando anche le ridotte dimensioni, le suggerirei le micro-bag da 2 grammi. Sono bustine di Silica-Gel molto piccole. Giusto per intenderci, ciascuna bustina ha pressapoco le dimensioni delle note caramelle al latte "Galatine". Il Silica-Gel è rigenerabile per molte volte, non è dannoso per la salute o per gli oggetti e lo stesso involucro con cui sono prodotte le bustine (il DuPont Tyvek) permette l'assorbimento dell'umidità e al tempo stesso evita il rilascio di qualsiasi pulviscolo di Silica-Gel che si può generare dallo sfregamento dei cristalli interni.
Procuratosi una Galatina, il Compulsivo Mascherato ha provato a inserirla nella custodia della videocamera, ma il suo entusiasmo si è rapidamente dissolto, come una manciata di cristalli di Silica-Gel gettati in un bicchier d'acqua:
Ben lungi dal darsi per vinto, il nostro eroe si è rivolto allora a quella divinità benevola che tutti accontenta: Google.
Evocato l'oracolo con le parole magiche "GoPpro fog", ha assistito all'epifania dei vaticinii (quelli che, nel linguaggio iniziatico, vengono definiti: link) e, dopo un attento esame, ha scelto quello che gli sembrava più confacente ai suoi bisogni: GoPro HD - how to prevent fogging or water drops from ruining your surf footage

Nel filmato in questione, un femminiello d'Oltreoceano, vittima di abusi o dedito al "branding" (notate la chiazza scura nella parte interna del bicipite destro), spiega come evitare la condensa nella custodia della GoPro.
Il suo metodo è semplice:
  1. si deve pulire la lente davanti all'obiettivo;
  2. si devono versare delle gocce di anti-appannante sulla parte interna della lente;
  3. si devono rimovere gli eccessi di anti-appannante con un cotton-fioc;
  4. si deve asciugare la custodia con un asciugacapelli.
Infallibile nel salotto di mamma e papà, questo sistema tende a funzionare meno bene in quei luoghi dove non siano disponibili delle prese elettriche a cui attaccare l'asciuga-capelli.
Il Velista Mascherato, non disponendo di un gruppo elettrogeno da portare seco a Santa Marinella, ha provato ad asciugare la custodia con il getto dell'aria condizionata fredda della sua auto (un'ipotesi, questa, che era stata valutata anche dai due ingegneri), ma tutto ciò che ha ottenuto è stato che la condensa, invece di concentrarsi sulla lente della custodia, com'era avvenuto precedentemente, si è diffusa su tutte le pareti.

continua..

sabato 3 marzo 2012

Velisti nella nebbia - prima parte

Se la si dovesse giudicare dalle pagine di questo blog, si potrebbe pensare che l'attività velistica del Velista Mascherato, nei mesi invernali, sia stata quantitativamente scarsa - oltre che qualitativamente scarsa, come d'abitudine.
Ciò non corrisponde al vero, anzi: a volerla dire tutta, nell'ultima regata del Campionato Invernale, il nostro ha perfino portato a casa un terzo posto (sarebbe potuto arrivare anche secondo, se non fosse che, prima di lui, avevano già tagliato il traguardo due barche..), risultando settimo nella classifica finale.
Sfortunatamente, però, la narrazione delle avventure del Gallo delle Creste (che è cosa ben diversa dalle Creste di gallo..) è stata ostacolata dalla nebbia..

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Il fatto è che, quando fa freddo, nella custodia stagna della GoPro si produce una sottile condensa che, a seconda dei casi, si concentra sulla lente davanti all'obiettivo o si diffonde per tutte le pareti, obnubilando le immagini riprese.
Ciò, talvolta è un bene (per esempio, quando, rientrando in porto, si pensa bene di sollevare la deriva, scordandosi che il Laser, senza deriva, non vira..), ma nella stragrande maggioranza dei casi si rivela una grossa seccatura che ostacola la naturale propensione all'auto-mitopojesi dell'uomo moderno.

Determinato a risolvere il problema, il Velista Maschrato ha fatto una rapida ricerca in Rete, scoprendo che la GoPro vende degli inserti anti-condensa da inserire nella custodia della videocamera per assorbire l'umidità dell'aria in essa contenuta; una soluzione pratica ed elegante, ma dispendiosa: una busta con tre coppie di inserti costa, sul sito GoPro, la bella cifra di 14,99 $, che, alla faccia del cambio favorevole, si trasformano magicamente in 19.90 € sul sito del rivenditore italiano.
Parsimonioso per natura, il Nostro ha deciso di cercare una soluzione alternativa a quello che gli appariva un vergognoso sperpero di danaro e ha chiesto consiglio alla Scienza Ufficiale, nelle persone di Stefano e Andrea che, oltre a essere velisti, sono anche due stimati ingegneri..

MADORNALE ERRORE!

La tendenza all'empirismo inconcludente, che nell'ingegnere singolo è arginata dall'impossibilità di discutere sterilmente con sé stesso, nel caso degli ingegneri in coppia innesca una catena dialettica auto-alimentata il cui unico limite temporale è la vita dei due interlocutori.
Alla dodicesima ipotesi iperbolica, sfinito da dissertazioni sul punto di rugiada e sulla presunta omosessualità di Lord Kelvin, il nostro eroe ha deciso di abbandonare l'empiréo ingegneristico e di rivolgersi a degli scienziati più pragmatici; nello specifico: a un noto biologo marino emigrato all'estero..

"Mettici del Silica-gel," gli ha consigliato lo scienziato. "Sai, quelle bustine con su scritto: DO NOT EAT? Io li ho ingeriti e male non fanno...almeno a breve termine."
Perplesso, ma fiducioso, il Velista Mascherato si è rivolto allora a un "precarissimo" chimico dell'Università di Tor Vergata, che non disponendo di Silica-Gel, gli ha suggerito di utilizzare in sua vece del riso.
Alle comprensibili rimostranze del nostro eroe ("Sì, vabbe', e ci metto anche dei funghi, così, quando esco dall'acqua ho pronto il pranzo..") e dell'emigrante ("La situazione della ricerca in Italia è la diretta conseguenza della fiducia che il ricercatore ha nei rimedi da trattoria"), il precarissimo ribatteva citando l'episodio di un reporter del Washington Post che, dopo aver fatto cadere per errore il suo Blackberry nella tazza del cesso, era riuscito ad asciugarlo lasciandolo in una coppa piena di riso crudo.

Ancor più perplesso, ma molto meno fiducioso, sia nei confronti della Scienza Ufficiale che nei riguardi della Stampa americana, il Velista Mascherato ha provato a risolvere la cosa col fai-da-te: ha sciolto due cucchiaii di idrogenotriossocarbonato di sodio (banalissimo bicarbonato Solvay) in un dito d'acqua e con essa ha imbibìto due di quei dischetti di cotone che usa sua moglie per struccarsi, poi li ha messi ad asciugare sul calorifero. L'acqua è evaporata, ma il bicarbonato (igroscopico) è rimasto nei dischetti di cotone che sono diventati così un equivalente galenico dei costosi inserti originali.
Questa, almeno, è stata la sua convinzione fino a che non ha provato a inserirli nella custodia, scoprendo che, sebbene essiccata, l'ovatta tendeva a rilasciare una sottile polvere bianca che, oltre a risultare estremamente sospetta, avrebbe potuto causare danni ai circuiti della videocamera.

(continua...)

sabato 4 febbraio 2012

domenica 15 gennaio 2012

A cosa servono gli amici

La ripresa del Campionato invernale di Santa Marinella ha segnato un momento epocale nella carriera laseristica del Velista Mascherato. È tale la magnitudine dell'evento occorso (qualcosa a metà fra l'omicidio Kennedy, l'outing di Rock Hudson e un concerto di Califano in cui lui si presentasse vestito da pastorella, cantando Non ho l'età), che chi scrive è ancora sopraffatto dall'emozione e fatica a trovare le parole per descrivere ciò che ha visto. In questi casi, l'unica via d'uscita per il cronista è attenersi ai fatti, ed è ciò che faremo.

Le previsioni per la mattina di domenica davano vento da Est in calo; la strategia messa a punto dal Velista Mascherato e dal suo Istruttore Mascherato teneva conto di ciò e considerava anche la possibilità che, nel tardo pomeriggio, il vento girasse lentamente verso Ovest, come spesso era capitato in precedenza. Partenza mure a dritta verso terra, quindi, virando sugli scarsi per poi tirare il bordo buono il più possibile.
- Il tuo obiettivo oggi,- aveva aggiunto l'Allenatore Mascherato - è di fare OCS: non partire dietro come al solito, ma stai più avanti possibile.

Forte di questi saggi consigli, il nostro eroe si porta sulla linea di partenza, più vicino del solito alla barca giuria, e lì attende la partenza, cercando di fare tutte quelle cose che, quando le leggi sui libri, sembrano facili e immediate, ma che, quando provi a metterle in pratica, scopri che non lo sono affatto, se non altro perché anche tutte le altre persone che sono lì con te hanno letto gli stessi libri e stanno cercando di fare altrettanto.
Ha giusto il tempo di vedere che la trinità Crivelli, Antognoli e Morani si sta dando battaglia molto più giù sulla linea, poi il suono della mucca spray impugnata dal giudice di gara lo riporta alla realtà, trasformando le sue ipotesi tattiche in urgenze strategiche, prima delle quali: levarsi dai rifiuti della barca che, subdolamente, gli è scivolata sopravvento.

Due o tre virate più tardi, la prima sorpresa: incrociando il suo amico Andrea, Velista Mascherato Onorario e miglior atleta del suo gruppo (posizione a due cifre in ranking-list, duecentosessantuno posti prima del Velista Mascherato), per la prima volta - almeno nel periodo di veglia - è il Velista Mascherato a passare davanti! La situazione si ribalta all'incrocio successivo, ma il distacco rimane esiguo e alla boa di bolina è ancora una distanza ragionevole.
Un buon bordo di poppa permette al nostro eroe non solo di colmare il distacco, ma perfino di sorpassare l'Amico Stefano, altro "due cifre" in ranking-list, duecentoquarantadue posti prima della Libellula dei Flutti.
Passata (indenne!) la boa di poppa, si impone una scelta strategica: seguire gli altri, mure a sinistra o andare a terra mure a dritta?
Il Mascherato sceglie la seconda ipotesi, un po' per non finire nei rifiuti delle due barche davanti a lui, un po' per seguire i consigli del suo allenatore: una scelta rischiosa, ma di buon successo perché quando lui e Andrea tornano a incrociarsi, più o meno a metà del campo di regata, sono pressocché pari. Essendo mure a sinistra, il nostro eroe tenta il colpo gobbo: viratona con rollio giusto sottovento all'avversario per poi cercare di spingerlo all'orza in virtù del diritto di rotta.
L'emozione, però, o forse il poco allenamento, gli giocano un tiro birbone: la virata viene una schifezza e il Velista Mascherato si ritrova negli scarti dell'amico, con la barca che rallenta sinistramente; decide quindi di poggiare e di andare a prendersi un po' d'aria pulita, anche perché gli sembra che quella che stanno seguendo sia una rotta un po' troppo alta rispetto alla lay-line. Quando, guardando in direzione della boa, vede le Tre Grazie (sempre i suddetti Crivelli, Antognoli e Morani) avvicinarsi a essa mure a dritta, per un attimo si chiede come mai abbiano scelto anche loro una rotta così alta, poi, finalmente, capisce di star puntando alla boa di lasco.

Il suo sgomento, però, dura giusto il tempo di una virata perché, quando comincia a risalire verso la vera boa di bolina, si rende conto di non aver perso affatto, rispetto agli altri; forse è addirittura un po' più avanti.
La virata sulla lay-line, stavolta gli viene bene (bene, relativamente al soggetto) e, incredibilmente, è proprio lui a passare per primo la boa di bolina, ma il Velista Mascherato Onorario è giusto dietro al suo timone; talmente vicino che, se il nostro eroe non avesse altro a cui pensare, potrebbe tranquillamente mollargli il vang.
Il traverso è una di quelle andature in cui il Velista Mascherato si sente meno sicuro (le altre due sono la bolina e la poppa), ma per fortuna è un'andatura veloce e la boa arriva rapidamente, svelando davanti alla prua del nostro eroe l'ultimo bordo di poppa e, più giù, alla fine dell'Universo, la boa di arrivo.
Nel giro di boa, la tecnica e l'esperienza di Andrea gli permettono di recuperare il poco distacco dal nostro eroe e quando le barche sono finalmente in assetto, i due sono praticamente appaiati.
- Se arrivi davanti, non sei più mio amico! - minaccia l'Onorario da sottovento, ma il Velista Mascherato non se ne preoccupa: sa benissimo che fra poco suonerà la sveglia e dovrà alzarsi per andare a lavorare.

Per metà del bordo di poppa, le due barche procedono affiancate nel vento che sta lentamente calando. Davanti a loro, a parte l'irraggiungibile trio di testa, ci sono un giovine che mostra di avere una approfondita conoscenza tanto della dinamica dei fluidi che dei modi per eludere la regola 42 e un velista non meglio identificato che ha approfittato delle loro scaramucce per infilarli alla boa di bolina e adesso li precede di qualche lunghezza.
Il Velista Mascherato sa che se arriveranno appajati alla boa di poppa, sarà Andrea a passare per primo il traguardo, così, dapprima tenta di distrarre l'amico gridandogli frasi senza senso nel suo Francese d'accatto, poi, vedendo che l'altro non si distrae, decide di tentare il tutto per tutto e comincia a zigzagare sulle onde residue, sperando che qualche flutto benevolo riesca a fargli guadagnare abbastanza spazio da compensare gli errori che certamente farà nel giro di boa.

Le divinità marine gli sono favorevoli e, a una decina di lunghezze dalla boa, è abbastanza avanti da azzardare un bordo in strapoggia che lo porta, non solo davanti al suo amico, idolo e maestro Andrea, ma anche in traiettoria interna.
"Se scuffio in virata, mi lascio andare a fondo, come George Clooney ne: La Tempesta Perfetta", pensa il nostro eroe, ma per una volta non fa errori e, lesto, cazza la vela per il bordo di bolina. Peccato, però, che quello che condice all'arrivo non sia un bordo di bolina, ma di traverso...
Alla sue spalle, Andrea pensa: "Se non se ne accorge per altri dieci secondi, lo passo...", ma il Velista Mascherato, per quanto in evidente stato confusionale, riesce a mollare scotta e base quel tanto che gli permette di recuperare velocità e punta decisamente alla poppa della barca Giuria per chiudere la strada al licantropo affamato che lo sta inseguendo.
Un attimo dopo..