venerdì 23 dicembre 2011

La bonomìa come metodo per prevenire gli abbordi in mare

Fosse per me, la forma impersonale del verbo "dire", sarebbe fuori legge.
Dice: Perché? Facile: perché ti consente di dire delle cazzate stratosferiche senza assumertene la responsabilità.
Volete un esempio? eccolo: Si dice che a Natale siamo tutti più buoni. Ma chi è, che lo dice? dove sono le prove?
E poi, più buoni di chi? Di Madre Teresa, ne dubito; di Ghandi, la vedo dura: oggi, a piazza Venezia, un vecchio barbone, seduto per terra, pencolava assonnato o ubriaco o tutte e due le cose insieme, mentre le persone intorno a lui si affrettavano a spendere gli ultimi residui della quattordicesima in regali più o meno inutili, ma costosissimi.
D'accordo: se le persone quest'anno non avessero speso la loro quattordicesima in oggetti inutili e costosi, probabilmente, il prossimo anno a piazza Venezia avremmo trovato anche buona parte dei commercianti di Roma, seduti per terra con la barba lunga e un cartone di Tavernello, ma cosa c'è di buono in tutto ciò?

Comunque, siccome a Natale siamo tutti più buoni (di Pacciani, quanto meno, o di Klaus Barbie), eccovi un suggerimento buonista per risolvere una spiacevole situazione che si verifica talvolta in regata, senza perdere tempo con nojose proteste o controproducenti arrembaggi di gommoni.

Sarà capitato anche a voi, come diceva Raffaella Carrà, di trovarvi inchiodati sottovento a un'altra barca che vi tiene nei suoi rifiuti e vi impedisce di virare. Nei libri c'è scritto che queste situazioni si risolvono sfruttando il proprio diritto di rotta, orzando fino a mandare l'altro prua al vento; purtroppo, però, se fra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, fra lo scrivere e il fare c'è di mezzo l'Oceano. Indubbiamente, un velista bravo come quello che ha scritto il libro, queste situazioni le risolve orzando, ma un velista un po' meno bravo, come fa?
Riuscirà, il velista un po' meno bravo, a orzare quel tanto che serve a mandare l'altro al vento, senza finirci lui stesso?
E se poi le barche si toccano?
E se l'altro lo morde?
No: queste situazioni possono essere risolte rapidamente utilizzando una delle famose Frasi di Sergio:
Aho! che volemo fa'?
Questa frase, pronunciata con il tono giusto, ha un effetto catartico: l' "Aho!" ha la stessa funzione del "Katsu!" dei maestri Zen: induce il destinatario ad abbandonare la logica e la razionalità, raggiungendo (anche se solo per pochi secondi) uno stato di illuminazione; la frase: "che volemo fa'?", fa capire all'altro che chi parla non lo considera altro da sé - un avversario o un nemico - ma si sente legato a lui da un forte senso di affinità, tant'è vero che gli chiede di decidere del destino di entrambi. È esortativo, ma allo stesso tempo, possibilista: se l'altro deciderà di tirare il bordo fino a che non sentiranno profumo di seadas, lui lo seguirà.

Nel novantanove per cento dei casi, il molestatore, investito di una simile responsabilità e sopraffatto dalla consapevolezza di essere parte di un ingranaggio cosmico volto al Bene comune, non può che prendere coscienza del suo errore e modificare la rotta - o levandosi dai coglioni, o virando.

Nel restante 1%, finisce in rissa, ma non ho mai detto che questo era un metodo infallibile..

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