giovedì 12 agosto 2010

Come Johnny Dorelli

Le barche sono come le mogli: finché puoi adoperare quella di un altro, non ha senso prendertene una tua. Malgrado ciò, ci sono dei casi in cui l'acquisto di un'imbarcazione o di una moglie possono essere la scelta più sensata.
Un anno fa, ho preso moglie e Laser; due giorni fa, ho acquistato un V-Cat 38.
Dell'acquisto del Laser, finora, non mi sono pentito.

Tutto è cominciato a fine maggio: sul lago Trasimeno vendevano un mini-altura in kevlar a un prezzo piuttosto basso. Talmente basso che me lo sarei potuto permettere anch'io. Andammo a vederlo con mia moglie, ma alla mia esaltazione (lunghezza fuori tutto 8 m., larghezza 3 m., scafo in kevlar, vele praticamente nuove, tutte le cime in spectra ecc.), si contrappose la sua perplessità. Essendo una barca da corsa, gli interni, definiti "spartani" dal venditore, in effetti non esistevano proprio: a parte due gavoni su cui erano ammassate le vele, il resto della barca era vuoto e non c'era nemmeno un boccaporto o un oblò.
"Bene", direte voi. "I buchi indeboliscono lo scafo; gli arredi pesano e rendono complicate le ispezioni"...
Curiosamente, però, quelli che per chiunque altro sarebbero stati dei pregi, mia moglie li vedeva come difetti, così mi disse:
"Ma se io partecipo alla spesa, possiamo comprare qualcosa che abbia un bagno?".

Fatti due conti ed esaminati i principali siti dedicati alla vela, identificai una barca che riusciva a soddisfare le nostre esigenze, rigorosamente contrastanti (abitabilità, bagno, motore entrobordo, velocità accettabile, prezzo inferiore a 20.000 Euri). Si trattava del "Balanzone", un "half-tonner" di nove metri progettato da Sciomachen, il cui prezzo variava dai 16 ai 25 mila Euri, a seconda delle condizioni e del grado di distacco dalla realtà del proprietario.
A Fiumicino, proprio davanti al mio circolo velico, ne vendevano uno all'interessante prezzo di 18.000 Euri, ma quando passai al'Achab per chiedere al mio amico e mèntore velistico Luigi di accompagnarmi a vederlo, Sergio, il proprietario del circolo, mi propose di comprare uno dei due Cat-38 che erano in vendita lì da lui.
Il primo aveva un prezzo decisamente interessante, ma necessitava di molti lavori sia all'interno che all'esterno; il secondo lo conoscevo bene perché ci avevo fatto le lezioni e l'esame della patente nautica anni addietro, ma aveva un prezzo molto più alto del prezzo più alto che io e mia moglie potevamo spendere.

"Aspetta," disse Sergio, mentre io deglutivo un boccone di tonnarelli cacio, pepe e cozze, poi prese il telefono e chiamò Stefano, il proprietario. Alla fine di quella telefonata, il prezzo della barca era ancora più alto di quanto io e mia moglie pensassimo di spendere, ma non così alto da non poter essere preso in considerazione.
Vi risparmio i dettagli della compravendita, saltando direttamente alle sue fasi finali, quando io dissi a mia moglie:
"D'accordo, la prendiamo, ma a un patto: che anche tu te ne debba occupare. Se la barca è di tutti e due, non posso fare tutto io."
Mia moglie accettò e, il dieci di agosto, in una Roma che andava lentamente spopolandosi, firmammo il contratto. Questa mattina, dopo quasi due anni passati su un invaso, Suppergiù tornava in acqua.


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