domenica 2 maggio 2010

Coppa Stendardo 2010

Sdrajato sulla coperta in teak dell'X46 sul quale è imbarcato per la regata finale della Coppa Stendardo a Gaeta, il Velista Mascherato attende l'arrivo del vento e il segnale di partenza.

Non si sente molto bene, ma l'onda lunga da ponente ha solo una parte della colpa. Il fatto è che, ieri sera, il nostro eroe ha bevuto un po' più di quello che sarebbe stato previdente fare e adesso la sta pagando.
Il Velista Mascherato non si fa illusioni: sa bene che fra un po' dovrà dare di stomaco, ma la cosa non gli importa. Anche Nelson, soffriva il mal di mare, quando riprendeva a navigare dopo lunghi periodi a terra; e la stessa cosa avveniva a Horatio Hornblower, quindi, è in buona compagnia.

Gaeta piace molto, al nostro eroe. Quando era bambino, veniva qui in vacanza, d'estate: i suoi genitori affittavano una casa a Serapo e, da giugno a settembre, la sua vita era un susseguirsi di giri in bicicletta, interminabili bagni a mare e battute di pesca al guarracino (infimo pesce della famiglia delle pomacentridae noto comunemente come: "castagnola"; l'unico talmente scemo da abboccare perfino alle sue esche maldestre).
Adeso, appena può, ci torna e, ogni volta, fa sempre le stesse cose: prende una stanza al Gajeta; va a cena da Emilio (alici fritte, poi pizza); fa colazione alla Triestina e prende l'aperitivo seduto vista mare alla Francese.
Per compensare, la mattina o la sera, corre su e giù da Monte Orlando, stupéndosi ogni volta di come il paesaggio sia rimasto sostanzialmente lo stesso, in quasi quarant'anni.

Anche le regate della Coppa Stendardo fanno parte dei riti gaetani, così come l'aggiottaggio di tielle per amici e parenti (che raramente ne vengono in possesso) e l'acquisto di oggetti inutili al negozio dei cinesi vicino al Municipio.
La cosa che gli piace di più, della Coppa Stendardo, è che sono le prime regate con il caldo, presagio dell'estate che verrà. Dopo i lunghi mesi invernali, passati a battere i denti sotto la pioggia, finalmente si possono tirare fuori dai bauli i pantaloncini corti, le polo bianche e le creme protettive. La cerata, se te la porti, è solo per scaramanzia, per non sentire freddo quando torni in porto la sera.

Ciò non ostante, il nostro eroe è inquieto.
Ci pensa e ci ripensa, ma non trova nulla che non vada, nella sua condizione attuale: è dove vorrebbe essere e sta facendo quello che vorrebbe fare; il tempo è bello e fra un po' si alzerà la termica. Quindi, dov'è il problema?

Lo capirà solo più tardi, quando, fra un conato e l'altro, guarderà le barche tutt'intorno, per capire se qualcuno si sia accorto della sua défaillance: il problema è che, a lui, i velisti stanno sul cazzo.
Non tutti, per carità, ché, anzi, per molti di loro, il nostro eroe prova un rispetto che sconfina spesso nella più cieca idolatrìa pagana. I velisti che gli stanno sul cazzo sono quelli che vanno in barca solo per avere qualcosa di cui parlare, che non sia il lavoro o i programmi televisivi.
Che non andrebbero in barca, se non lo potessero raccontare a nessuno.

Il Velista Mascherato vomita ancora una volta.
L'onda lunga ha solo una parte della colpa.

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