sabato 3 aprile 2010

Match-race!

Insomma, il problema pare sia il vang. Il Velista Mascherato, che viene da tre anni di regate su barconi da quaranta piedi, pensava che, con vento forte, si dovesse lascare un po' il vang per far scaricare la balumina e, sotto raffica, orzare per non lascare la randa. Non aveva pensato, però, che un Laser, contrariamente a un X46, è sprovvisto di paterazzo e ha una deriva che pesa molto meno di 4.500 chili. Stando così le cose, pare sia meglio cazzare quanto più possibile il vang per piegare l'albero verso poppa rendendo meno grassa la vela e, sotto raffica, mollare scotta piuttosto che orzare. La barca, come che sia, deve restare il più piatta possibile.

Forte di questi nuovi insegnamenti, il nostro eroe scende in campo per la prima regata della sua vita di laserista. Il tempo è propizio: il vento non è né troppo né troppo poco e anche se c'è una fastidiosa onda corta, è la stessa situazione che ha affrontato durante tutto l'inverno al lago. Stavolta, ce la può fare. Il tragitto dal porticciolo al campo di regata "alfa" non è divertente come il giorno precedente (il vento è girato e, adesso, in vece che al lasco è in faccia), ma i lunghi bordi di bolina gli permettono di provare le nuove regolazioni prima della regata. Arrivato sulla linea di partenza, ligio agli insegnamenti ricevuti, controlla se ci sia un lato favorito e cerca di prendere dei punti a terra che gli permettano di capire se sta uscendo dalla linea o no. Appena sente lo sparo, si volta verso la barca comitato per vedere se hanno alzato il segnale preparatorio (se non è quello, qualcuno deve essersi suicidato...), ma la barca dei giudici è nascosta dietro una foresta di vele bianche. "OK: parto in boa," pensa il nostro eroe, e fa scattare il cronometro.

Quando manca un minuto al via, comincia a scendere cauto lungo la linea di partenza. Non ci sono molte barche, intorno a lui: la maggior parte dei regatanti sta facendo a sportellate sottovento alla barca comitato, così non deve preoccuparsi delle precedenze e del pericolo di "abbordi in mare". Parte bene, tutto sommato: al segnale di avvio è praticamente sulla linea, con un discreto spazio libero sopravvento. Davanti a lui, sottovento, c'è uno svedese e il nostro eroe cerca di stargli dietro. Ci riesce, ma solo in senso letterale: il finnico sta alle cingie molto meglio e molto più di lui e va decisamente più veloce. "See you when you're 40!" pensa il nostro eroe, citando Dido, e si prepara a virare. Quando è mure a sinistra, scopre, con suo grande stupore, di essere messo piuttosto bene rispetto al resto della flotta. Lo svedese è ancora davanti, ma la maggior parte degli altri Laser è dietro di loro e terribilmente a destra rispetto alla boa verde a cui stanno puntando. Lo svedese vira per sfruttare un salto di vento e il Velista Mascherato, per non saper né neggere, né scrivere, lo imita. "Devo calcolare bene la lay-line," pensa. "Non devo farmi prendere dalla fretta..." Al primo scarso, vira di nuovo, per raggiungere la lay-line di destra. La virata gli viene proprio bene e il nostro eroe si esalta. "Calma, adesso," pensa. "Pensa solo a timonare e non..." È a questo punto che si accorge: la boa a cui stava puntando NON È la boa di bolina, ma quella di lasco. La boa di bolina, quella vera, è circa un miglio più a destra. "Sono ultimo!" pensa il nostro eroe, guardando desolato la distesa di vele bianche fra sé e la boa. Per una volta, i fatti non lo smentiscono.

C'è di buono che è già sulla lay-line, e non deve fare altre virate; c'è di meno buono che è mure a sinistra, e, quando arriva in prossimità della boa, si trova la strada sbarrata dalle barche che scendono veloci al lasco, tutte con mure a dritta. Dopo un tempo che gli sembra infinito, finalmente si apre un varco e lui ne approfitta, ma la sua felicità è di breve durata: per andare in boa deve virare, ma è ancora troppo a sinistra. Dovrebbe salire ancora un po' al vento, ma non lo può fare perché deve dare la precedenza alle barche che salgono di bolina con mure a dritta. Quando finalmente la processione è passata, riesce a portarsi sulla lay-line di destra e a virare. È anche lui mure a dritta, ora, ma non c'è più nessuno su cui avere precedenza. Come se non bastasse, un nuovo problema si profila all'orizzonte: è la flotta dei 4.7, che regata sullo stesso campo degli standard. I cuccioli seguono un percorso leggermente diverso di quello dei grandi, ma la prima boa di bolina è in comune.

È a questo punto che il Velista Mascherato dimostra tutta la sua sportività: potrebbe fregarsene e tirare dritto, forte del fatto che ha la precedenza, ma, se facesse così, ostacolerebbe la gara di quelli che, evidentemente, si stanno giocando le prime posizioni. Ne vale la pena? Decide di no: lui, nella migliore delle ipotesi, potrebbe arrivare non-ultimo; mentre un ragazzino che ce la sta mettendo tutta potrebbe perdere l'occasione di arrivare primo. Così, paziente, lascia acqua e passa solo quando il gruppetto delle giovani promesse è sfilato via. Il Dio della vela, però, vede la sua buona azione e decide di ricompensarlo con un avversario degno della sua perizia: si chiama Denis ed è un francese di mezza età che sembra uscito da un film di Louis de Funes. Lui e il Velista Mascherato, da metà del primo bordo di poppa fino alla linea di arrivo, si sfidano in un match-race non dichiarato, ma combattutissimo perché, chi vince, non arriva ultimo. All'ultima boa, prima della breve bolina che porta al traguardo, sono appaiati: Denis sceglie il lato destro del campo di gara, il Velista Mascherato va a sinistra. Con un breve bordo mure a dritta si porta fuori dai rifiuti delle altre barche, poi vira e, mure a sinistra (ma conta poco, visto che non c'è nessun altro), punta dritto alla lay-line. Vira bene, ma troppo presto: se non virerà di nuovo, passerà sotto alla boa. Il nostro eroe è rabbioso, ma la vista dello scafo azzurro del povero Denis, decisamente sottovento, lo rimette di buonumore. Nella zona di arrivo trova i 4.7 che ha lasciato passare alla prima boa di bolina e, a meno di tre lunghezze dal traguardo, senza volerlo, taglia la strada a un ragazzino che sta arrivando mure a dritta. Dalle urla, capisce che il giovane è francese, così azzarda un: "Excuse-moi, je suis desolé..." Basterà questo, si chiede, o dovrà fare un 360 per espiare? Se tira dritto batte Denis, ma i giudici, che sono proprio lì a fianco, potrebbero penalizzarlo; di contro, se fa un 360, Denis passerà il traguardo prima di lui... Decide di tirare dritto, per tre ragioni:
a) lui e il ragazzino non sono in competizione diretta, perciò, una penalità non lo compenserebbe dell'eventuale danno subìto;
b) l'altra barca, per quello che ha visto lui, non ha dovuto modificare la sua rotta, quindi, anche se azzardata, la sua condotta potrebbe essere stata legittima;
c) meglio la possibilità di perdere che la certezza.
Tira dritto, quindi, e taglia vittorioso (su Denis) il traguardo, poi veleggia verso il gommone del suo allenatore.

Il Coach Mascherato lo guarda come guarderebbe un vecchio cane che ha riportato un bastone lanciato a pochi metri di distanza, ma riesce comunque a trovare delle parole di incitamento per il suo pupillo. Il Velista Mascherato percepisce la sua delusione, ma non se ne cura: d'accordo, è arrivato novantanovesimo su cento barche in gara, ma, nel complesso, è andata molto meglio di quanto si aspettasse.

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