domenica 25 aprile 2010

Earth Day 2010 - Epilogo

La regata è stata rimandata a domenica prossima.
Posso capire il punto di vista della giuria: passato il groppo, il vento stava calando inesorabilmente, ma almeno una boa ce la potevano far fare. Come che sia, io, domenica prossima non ci sarò: vado a passare il Primo Maggio a Gaeta; se ci riesco, mi cerco anche un imbarco per le regate di Punta Stendardo.

Torno a casa passando da Boccea, per evitare il traffico della partita all'Olimpico. Il traffico è lento e ho tutto il tempo di ripensare a quello che avrei potuto fare in partenza, a come gestire dei casi simili, se mai mi si dovessero ripresentare. Arrivo alla conclusione che le partenze delle regate siano come le risse: non le puoi imparare sui libri, devi buttartici in mezzo, cercando di farti il meno male possibile. Questo, almeno, è quello che ho imparato sulle risse, dai libri...

Quando sono a piazza Pio XI, accendo la radio per sentire un po' di musica, ma la stazione su cui sono sintonizzato sta trasmettendo la radiocronaca della partita della Roma. In attesa del fischio d'inizio, il telecronista sta descrivendo l'atmosfera all'interno dello stadio; parla delle tifoserie, poi dice: "Uno striscione ricorda le due tifose morte a Ventotene nei giorni scorsi..."
E io mi acccorgo che ci siamo scordati qualcosa.

Le due ragazze morte a Ventotene, stavano aspettando di uscire in barca a vela: sarebbe stato giusto ricordarle in qualche maniera, magari con un minuto di silenzio prima della partenza. In effetti, sarebbe stato giusto ricordarle anche se non fossero state delle veliste, eppure non abbiamo fatto nulla.
I tifosi da stadio se ne sono ricordati, noi no.

Chissà perché.

Earth Day 2010 - La regata

La regata di domenica è organizzata dal Planet Sail, un circolo che si trova sulla parte opposta del lago, rispetto al circolo del nostro eroe. Per raggiungerlo, ci sono due possibilità: o portare la barca via terra, caricandola sull'auto, o arrivarci navigando. Il Velista Mascherato ha preferito la seconda ipotesi: con altri quattro compagni di corso è sceso in acqua alle 12:00 in punto e ha veleggiato ad un'andatura di gran lasco verso Bracciano, approfittando del previsto vento da nord.
Il vento da nord è finito alle 12:05.

La regata sarebbe dovuta partire alle 13:30, ma quando, più o meno a quell'ora, il quintetto arriva finalmente a destinazione, nello specchio d'acqua antistante il Planet Sail ci sono solo un paio di Star e una decina di Laser, che sfruttano come possono un flebile venticello da terra. Più a largo, verso il centro del lago, un classe A beccheggia immoto in una calma degna di un anticiclone tropicale. Il nostro eroe vede il gommone azzurro del Coach Mascherato e gli si avvicina. Saluti, qualche considerazione sul vento, poi il Coach Mascherato spiega al suo pupillo la strategia per la regata: "Non ti inventare niente: stai con la flotta, così capisci se stai andando bene o male." Il Velista Mascherato vorrebbe dire qualcosa, ma proprio in quel momento la barca giuria si mette in moto dirigendosi verso Anguillara e lui, come gli altri, la segue.
"Menomale," pensa il nostro eroe. "Almeno, ad Anguillara c'è un po' di vento..."
Un attimo dopo, però, sente la voce del suo amico Andrea che lo chiama da sottovento: "Quella è un'altra regata: il nostro campo è in là..." e indica in direzione di Trevignano.

Quando il Velista Mascherato arriva vicino alla (vera) barca giuria, su tutto il campo di regata non spira un alito di vento.
"Per fortuna c'è il sole," pensa il nostro eroe. "Ancora qualche minuto e si alzerà la termica..."
Alle 15:00, l'unica termica che si è alzata è la temperatura corporea dei regatanti, ma tutti mantengono ancora un contegno indifferente, anche se cercano come possono di farsi ombra con la vela.
Dopo un'ora di attesa, nella più totale calma di vento, il caldo ha la meglio sull'agonismo: via le mute, i laseristi si mettono a prendere il sole; qua e là, spunta anche qualche bikini. I talebani della muta stagna che non sono ancora svenuti per la disidratazione, fingono di scuffiare e restano in acqua a rinfrescarsi un po'.
Dopo due ore, cominciano i miraggi: "Eccolo!" grida un giovane velista a torso nudo, indicando delle increspature in lontananza. "È entrato il ponente..." È chiaramente una raffica isolata da sud, ma nessuno ha il cuore di disilluderlo.
Il Velista Mascherato guarda la barca giuria e ripensa alla partenza della Fiumicino-Ponza-Fiumicino di un paio d'anni fa. "Questo è un momento in cui, qualunque cosa decidi, fai incazzare qualcuno," aveva detto Sergio. "Se annulli la regata, perché l'hai annullata; se non l'annulli, perché l'hai fatta partire senza vento."
I giudici sembrano pensare la stessa cosa.

Un groppo porta del vento da nord-est e la giuria ne approfitta: in pochi minuti le boe sono in posizione e la procedura di partenza è avviata. Il Velista Mascherato vorrebbe partire mure a sinistra (la boa di bolina è tutta da un lato e, se il vento gira come è lecito pensare, ci si può arrivare con un unico bordo), ma il Coach gli ha detto di restare con la flotta, così opta per una soluzione alternativa: farà un beve tratto mure a dritta, giusto per arrivare nel punto in cui c'è un po' più di vento, poi virerà e cercherà di arrivare direttamente in boa.

Quando manca un minuto alla partenza, trova un buco nella fila di barche che scorrono sulla linea di partenza e ci si infila, lasciandosi un po' di spazio sottovento per poggiare (il vento sta già calando). Il colpo del "Via" arriva con un paio di secondi di anticipo, rispetto al conto alla rovescia del suo orologio. Il nostro eroe cazza scotta e pensa: "Bene, adesso falle prendere velocità, poi orza..."
Un attimo dopo, TUTTA la flotta vira, mettendosi mure a sinistra.

Se avesse un po' più di dimestichezza con il mezzo, potrebbe tirare dritto approfittando del fatto che ha la precedenza, ma, data la sua imperizia, preferisce non rischiare e vira anche lui. Purtroppo, però, la posizione che si era scelto, favorevole per un bordo mure a dritta, è del tutto sfavorevole per un bordo con mure a sinistra, anche perché il vento sta inesorabilmente calando. Il Velista Mascherato mugugna un po', poi finalmente si concentra sulla regata e, lentamente, comincia a recuperare qualche metro sulle barche che ha di fronte.
"In fondo, non va poi così male," pensa. "Mi sto levando dalla copertura di quelli sopravvento e, se il vento regge, posso arrivare in boa senza virare..."
Un attimo dopo, vede il gommone del comitato che risale sottovento la flotta e si ferma davanti alle barche di testa.
"Una bandiera a scacchi bianchi e azzurri e tre suoni in successione," pensa il nostro eroe. "Che significa, 'sto segnale?"

Earth Day 2010 - Preparativi

Per la settimana che precedeva la sua prima regata sul suolo patrio, il Velista Mascherato aveva elaborato un programma meticolosissimo:
  • lunedì: riposo (domenica c'era stato allenamento);
  • martedì: allenamento aerobico in bicicletta;
  • mercoledì: riposo;
  • giovedì: fuga dal lavoro all'ora di pranzo e allenamento pomeridiano al lago;
  • venerdì: riposo o corsetta leggera;
  • sabato: controllo generale della barca e allenamento non faticoso;
  • domenica: regata (doccia, aperitvo, cena).
Purtroppo, però, non aveva fatto i conti con la Settimana del Contrattempo: di tutto questo bel programma, le uniche cose che è riuscito a fare sono gli allenamenti in bicicletta; tutto il resto, o per una ragione o per l'altra, è saltato..

Dopo tre giorni di tempo bellissimo, che gli avevano reso vieppiù difficile la clausura professionale, giovedì è arrivata la pioggia, che si è protratta fino a sabato mattina, impedendo qualsiasi allenamento straordinario.
"Poco male," ha pensato il nostro eroe, la mattina del sabato, guardando fuori dalla finestra. "Vuol dire che adesso sostituisco i bozzelli del boma e nel pomeriggio vado al lago per controllare che sia tutto a posto..."
Sceso in garage dopo una rapida colazione, però, ha scoperto di non avere le punte da trapano necessarie. O meglio, ne aveva solo una, piuttosto vissuta.
"Poco male," ha pensato il nostro eroe. "Ci vorrà un po' di più tempo. Del resto, non posso mica andare dal ferramenta con questa pioggia..."
Quando la punta, a metà del primo rivetto, si è bruciata, divenendo per ciò inservibile, il nostro eroe ha pensato: "Poco male, adesso provo con questa..."

Circa un'ora dopo, è riuscito finalmente a rimuovere l'archetto del bozzello centrale e a sostituirlo con il nuovo bozzello Harken, ma al compimento di quest'impresa aveva dovuto sacrificare tutte le punte da 5 millimietri a sua disposizione, comprese quelle da legno; così, approfittando del fatto che avesse smesso di piovere, è uscito ed è andato dal ferramenta a comprare delle punte in tungsteno. Incredibilmente, con le punte adatte, la rimozione dell'archetto del secondo bozzello ha richiesto solo una decina di minuti; purtroppo, però, per rimontare l'archetto c'è voluta comunque più di mezz'ora, perché la rivettatrice, all'ultimo rivetto, si è rotta.
Poco male...

Arrivato al lago intorno alle tre, il nostro eroe ha lavorato alla barca fino a verso le sei e mezza, aggiungendo un elastico per facilitare l'apertura della base randa, cambiando la cima di regolazione delle cinghie e sostituendo la scotta randa, troppo corta, con una della lunghezza giusta, ma in majolica (il Coach Mascherato sostiene che poi si ammorbidisce, ma non specifica fra quanti anni...). Concluse le attività di manutenzione straordinaria, il Velista Mascherato è tornato a casa e se n'è andato a letto presto per essere riposato il giorno dopo..

venerdì 9 aprile 2010

Ice Age

Mentre, nel bagno di casa sua, la muta utilizzata a Hyères sgocciolava ancora, il Velista Mascherato è partito per la Norvegia.
Lo chiama in Scandinavia un giojoso obbligo familiare: suo fratello, il Biologo Marino Mascherato, si è comprato una barchetta di nove metri e la deve trasferire dal porticciolo della ridente cittadina di Stend, al porto turistico di Bergen.

Partire per la Norvegia ad Aprile è come tornare indietro nel tempo di tre mesi: mentre a Roma i primi tepori primaverili scoprono le gambe delle femmine, (con grave pericolo per i motociclisti, poco avvezzi al color carne, dopo i lunghi mesi di carestia invernale), a Bergen la pioggia e il freddo regnano ancora sovrani. Le donne, indomite, vanno comunque in giro in minigonna, ma non vuol dire nulla: per quello che riguarda le questioni climatiche, i Norvegesi fanno caso a parte.

La barca in questione è una Albin Ballad 30: imbarcazione robusta e sincera, piuttosto apprezzata a nord di Copenhagen. Certamente ha qualche annetto, ma in Norvegia, grazie alla scarsa salinità dell'acqua e alle frequenti pioggie, le barche invecchiano meglio che qui da noi. Sfortunatamente, però, in Norvegia, le barche hanno la tendenza a essere possedute da norvegesi, e questo alle volte può essere un problema, specie se, quando arrivi al molo, vedi che la superficie dell'acqua, nelle zone in ombra, è ghiacciata.

"Sono anni che sogno di comprare una barca," dice la Francese Mascherata. "Ma non avrei mai immaginato di andarla a comprare in montagna..."
In effetti, più che al mare, sembra di stare a Pescasseroli; fa solo un po' più freddo.

martedì 6 aprile 2010

Tornando a casa

Il treno parte da Tolone con circa dieci minuti di ritardo. L'entroterra della Costa Azzurra conferma l'impressione che ne avevo avuto all'andata: uguale alla zona di Fondi, solo, più ordinata. Il mio Laser è già sul suolo patrio: ho mandato un SMS al Coach Mascherato; mi ha risposto che sono a Genova, ma che non ha messo Andrea in punizione sul carrello perché pesa troppo e lo avrebbe sbilanciato. Mia moglie, che appena mi metto al computer cerca di attrarre la mia attenzione, mi ha appena chiesto se sapevo che Irene Grandi si era sposata a Las Vegas. Io no, e voi?

Dovessi fare un bilancio di questa trasferta transalpina, direi che nel complesso è andata bene. Sì, d'accordo: ho fatto solo due regate su sette e sono sceso in acqua solo tre giorni su cinque, ma di cose ne ho imparate un bel po'. Certo: fra il sapere e il saper fare ce ne passa, quindi, per capire se e quanto sia migliorato, dovremo aspettare la prossima uscita al lago, ma ci sono comunque delle lezioni che non ho bisogno di verificare. La sensazione che si prova planando con il vento forte, per esempio, o l'emozione di tagliare il traguardo prima del tuo avversario, indipendentemente dalla posizione in classifica che andrai a occupare. Nelle regate di altura mi è capitato di arrivare primo o secondo (o entrambe le cose insieme), ma non mi sono mai divertito tanto come qui a Hyères, lottando con Denis per il penultimo posto in classifica.

Comunque, la cosa più importante che ho imparato qui in Francia è la sensazione che si prova quando gli altri sono in mare e tu no. È una sensazione ingannevole: quando sei in banchina, restare a terra può sembrarti la cosa più sensata da fare.
"Ma sì, chi se ne frega," pensi. "Adesso mi cambio, mi faccio una doccia, poi vado al circolo a bermi una birra. Ci uscissero loro, co' 'sta bufera!.."
Ma quando poi sei al circolo, con la tua birra in mano e guardi in mare le vele degli altri andare su e giù sul campo di regata, capisci di aver sbagliato, che dovevi comunque provarci.
Anche se c'hai un'età.

Speriamo che l'aereo che ci deve riportare a casa da Nizza non precipiti: se finiscono in mare tutte le creme e le cremine della consorte, c'è il rischio di una catastrofe ecologica.

lunedì 5 aprile 2010

Deus ex banchina (seconda parte)

Insomma, si scopre che il biondo non è uno dei tanti disutili che vagano per il porticciolo di Hyères (giusto ieri il nostro eroe stava per falciare un'intera famigliola che deambulava lungo la banchina, incurante dei boma che si agitavano nel vento...) ma un (ex)laserista di nome Luke, che adesso regata sui Finn. Il Velista Mascherato gli racconta quello che gli è successo poco prima e l'altro, con la sicurezza che deriva dall'esperienza, gli spiega che il problema è di nuovo il vang: se quando viri lo tieni cazzato (e il nostro eroe lo teneva MOLTO cazzato...), anche con la scotta mollata, la balumina resta tesa e fa sì che la barca tenda comunque a orzare. "When you tack, you've got to loose vang", ripete Luke, senza spiegare però quante estremità prensili si suppone che abbia un laserista: se una mano impugna la barra del timone e l'altra regge la scotta, con COSA, si molla (e poi si cazza) il vang, durante una virata?

Comnuque, a parte questi piccoli dubbî, la sua spiegazione convince il Velista Mascherato che decide per ciò di riuscire in mare. Mette di nuovo in acqua il suo Laser, poi si avventura oltre il riparo offerto dagli yacht alla fonda. Da quello che può vedere, mentre si avvicina all'imboccatura del porto, l'intensità del vento non è aumentata rispetto alla sua prima uscita. Per sincerarsene, chiede informazioni a un Oceanis che sta andando all'ormeggio.
"Thirty knots," rispondono da bordo. "Maybe more."
Il Velista Mascherato, perplesso, guata le onde prodotte dal vento davanti all'imboccatura del porto.
"Quelli non sono trenta nodi," si dice. "'Sti francesi non sanno nemmeno leggere un anemometro. Giusto su un Oceanis, possono andare..."
Avvolto nella sua sicumera come in un caldo mantello, percorre i pochi metri che lo separano dall'acqua libera, poi è fuori.
"Macché trenta nodi!" pensa. "Questi saranno al massimo ventott..."
Un attimo dopo, è in acqua.

Raddrizza la barca e ci si getta sopra con la grazia di un leone di mare, poi si porta a debita distanza dall'antimurale. Quando non è né troppo vicino, né troppo lontano (non si sa mai...), orza, passando dal traverso alla bolina. Orza ancora, mettendo la barca al vento; lasca il vang, poi, cautamente, prova a fare marcia indietro e... FUNZIONA! Esaltato da questo primo risultato, decide di provare qualche bordo di bolina.
"On the puffs," gli ha detto Luke, "you've got to sheet out and hike hard".
Il Velista Mascherato ha qualche dubbio sullo spelling di quest'ultima frase, ma fa del suo meglio per tenere giù la barca. Facile, se sei alto un metro e ottanta e la cosa più larga del tuo corpo sono le spalle; un po' meno facile se, al contrario, devi rimboccarti i pantaloni della muta e la tua silhouette ricorda piuttosto un rombo che un triangolo. Ma ce la fa e, se non altro, la paura di scuffiare gli fa perdere per sempre la brutta abitudine di bloccare lo stick del timone sotto al sedere durante la virata. Dopo un po', però, i quadricipiti cominciano a fargli male, così poggia un po' e si concede un esaltante bordo al traverso, con la barca che plana su pochi centimetri quadri di scafo. "Fra un po' devo abbattere," pensa. "Ma se abbatto, sicuro che scuffio." In pochi secondi (si sta allontando troppo dal Mondo civilizzato) deve decidere se sia più nobile soffrire le frecce e gli strali dell'oltraggiosa strambata o se contro essi fare il paraculo e virare. Sceglie di abbattere e, sempre con cautela, comincia a poggiare e a lascare randa. La barca, ovviamente, accelera. "Adesso me la metto per cappello," preconizza il nostro eroe, mentre la vela comincia a non essere più tanto sicura che sia quello, il lato giusto su cui stare. Pronto al tuffo, il Velista Mascherato recupera scotta e continua a poggiare. Un attimo dopo... è sulle nuove mure. "Sono vivo!" pensa, mentre torna veloce verso il porto. Stordito dall'adrenalina, pensa a come aumentare la velocità: alza ancora un poco la deriva e si sporge in avanti per lascare il vang.
Un attimo dopo, è in acqua.

Con la scotta stretta nel pugno ("Non dovete MAI lasciare la scotta!" li ha ammoniti durante il briefing il Coach Mascherato) raddrizza per l'ennesima volta la barca e si issa a bordo, ma stavolta si concede qualche secondo per riprendere fiato. È stanco; soddisfatto, ma stanco, così, decide di rientrare. Sulla via del ritorno, quando è già dentro al porto, incontra l'americano che va ad allenarsi con il suo Finn. Al Velista Mascherato piacerebbe seguirlo, ma non potrebbe stargli dietro, quindi prosegue la sua rotta verso le rampe di alaggio.

Per questa volta, basta così.

Deus ex banchina (prima parte)

Il Velista Mascherato si alza di buon mattino e guarda fuori dalla finestra della sua camera: stupore! il vento è molto meno forte dei venticinque nodi previsti. "Menomale," pensa il nostro eroe. "Almeno, mi faccio le ultime regate..." Arrivato nel salone della colazione al terzo piano, però, le sue speranze si infrangono contro la dura realtà dei fatti: il mare è calmo solo in nella fascia ridossata sotto costa; più al largo, e in particolare nella zona di regata degli standard, si vedono chiaramente le creste bianche, rade e veloci, prodotte dal Mistral.

Sul pennone del Circolo velico è stata issata l'intelligenza: la partenza delle regate è rimandata a quando il vento si sarà calmato un po'. Il Velista Mascherato chiede a uno degli organizzatori se c'è la possibilità che la termica riduca gli effetti del Mistral; l'altro risponde di no: se mai, li amplifica. Il Velista Mascherato non capisce come possa prodursi una termica verso mare, con delle montagne alle spalle del golfo, ma prende per buona la previsione dei locali. "E se uscissi davanti al porto, per fare un po' di allenamento?" chiede al Coach Mascherato. "Non è il caso," risponde il Coach, fissando impassibile l'orizzonte. "Se scuffi e perdi la scotta, la barca la riprendono a Port-Cros...". Non specifica né dove né SE riprenderanno anche lui e il Velista Mascherato preferisce non indagare oltre. Deluso, scende nell'area riservata ai Radial e ai 4.7, ma, proprio in quel momento, uno sparo attira l'attenzione di tutti sul pennone del circolo velico, dal quale stanno ammainando i segnali di intelligenza: la regata si farà.

La popolazione velistica si riscuote dal suo torpore e si prepara alla gara; il Velista Mascherato, se non altro per non ripetere lo sbaglio del giorno prima, decide di andare comunque ad armare il suo Laser e di tenersi pronto a uscire in mare, nel caso il vento calasse un po'. In tanto sconforto, una sola soddisfazione: il laser azzurro del suo avversario diretto è a terra, ancora coperto dal telo: evidentemente, il pavido mammifero ritiene la situazione al di sopra delle sue possibilità. È un bene, perché anche il nostro eroe nutre il medesimo sentimento e sapere di non essere il solo, lo conforta.

Quando il Velista Mascherato arriva alla barca, il suo vicino, un simpatico francese, anche lui sopra la quarantina, è già pronto per uscire. "It's too windy for me," says il Velista Mascherato. "I'll sail the second regatta." "There's only one regatta, today..." risponde il brav'uomo, aggiungendo poi: "I think you better come out..." Il Velista Mascherato guarda i segnavento sugli alberi delle barche a vela ormeggiate lì davanti e decide di tentare il tutto per tutto. Mentre le ultime barche vengono messe in acqua, arma frenetico il suo Laser e, come ogni eroe mascherato che si rispetti, va a mettersi in costume.Quando torna, schiumante nella muta invernale sotto il sole del Meridione francese, gli altri sono già usciti tutti, l'unica vela ancora a terra, è la sua.

Sula rampa di alaggio deve esserci un sensore di prossimità collegato con il vento, perché ogni volta che si mette in acqua una barca, arriva una raffica che complica la vita al timoniere di turno. Malgrado ciò, pochi minuti dopo, il nostro eroe flotta gagliardo verso l'uscita del porto. La notte precedente, come un samurai prima di un duello, ha immaginato questo momento, cercando di prevedere ogni possibile evento e le adeguate contromisure, ma qualcosa non ha funzionato, perché il vento viene dalla parte opposta a quella che si aspettava lui. Sopravvive alla raffica prima dell'uscita del porto, sorpassa d'inerzia la zona ridossata dall'antimurale e di colpo è fuori, con la barca sbandata e il cuore che gli batte forte. Lasca randa, ma la barca resta sbandata. Mette fuori il suo culone, ma nemmento questo riesce a vincere la forza del vento. Orza, infine, ma proprio in quel momento una raffica lo porta prua al vento.

"Adesso ti faccio vedere io," pensa il Velista Mascherato. Spinge la randa controvento e mette il timone tutto a destra. Quando lo fa al lago, con la metà del vento che c'è ora, la barca retrocede con la poppa verso destra, permettendogli di riprendere la bolina, ma per qualche ragione, questa tecnica, in Francia, non funziona: la barca effettivamente va un po' indietro, ma appena la vela comincia a portare, orza e si rimette dirtta nel vento, come la banderuola di un comignolo. Perplesso, il nostro eroe tenta la manovra opposta (randa scontrata sulla destra, timone tutto a sinistra), ottenendo un effetto speculare. "Sto sbagliando qualcosa," pensa il Velista Mascherato e controlla che a bordo tutto sia in ordine: deriva tutta giù (OK); vang cazzato (OK); Cunningham cazzato (OK); base randa cazzata (OK). Sembrerebbe tutto a posto, ma allora dov'è il problema? Un momento di calma (relativa) gli permette di rimettere in moto la barca, ma la situazione è chiaramente molto più complicata di quanto si fosse aspettato. Come se non bastasse, il sortilegio di una strega malvagia ha trasformato la scotta della randa in un serpente che gli si avvolge alle caviglie e si impiglia in tutto ciò in cui riesce a impigliarsi. Quando arriva la raffica, il nostro eroe lasca la randa come da istruzioni ricevute, ma la barca è talmente sbandata sottovento che la vela si poggia in acqua regalandogli la prima scuffia della giornata. Con la forza della disperazione, il Velista Mascherato riesce, con un balzo felino (un felino ben nutrito) a non cascare in acqua: si mette in piedi sulla deriva e raddrizza il suo veliero. "Va bene, basta così," pensa il nostro eroe, e decide di tornare in porto. "Adesso poggio e..." Lasca randa, ma la barca non si decide a poggiare. A complicare le cose, la deriva dovuta al vento lo sta portando verso i blocchi di cemento dell'antimurale del porto; a complicare ulteriormente le cose, c'è una barca a vela che sta uscendo. Per fortuna l'hanno visto e stanno rallentando.

Il nostro eroe armeggia con scotta e timone e questo suo affannarsi è talmente patetico che il Dio Eolo ha compassione di lui e gli permette di rientrare in porto. Per arrivare alla rampa di alaggio deve bordeggiare controvento fra le raffiche che si insinuano fra gli yacht all'àncora, ma è il meno: pochi minuti dopo la barchetta gocciola tranquilla sul suo carrello e il Velista Mascherato può interrogarsi su ciò che gli è appena capitato. Nel frattempo, un tipo che sembra uscito dalla pubblicità della Coca-Cola (alto, biondo, bello), comincia a curiosare intorno al suo Laser...

FINE PRIMA PARTE

domenica 4 aprile 2010

A terra (in tutti i sensi...)

A parte il compleanno del suo amico Andrea, per il Velista Mascherato, il 4 aprile, c'è poco da festeggiare: il tempo è nuvoloso, il vento è tornato ai 20/25 nodi di venerdì e, quel che è peggio, lui non si sente molto bene.
Arma la barca, si veste, ma al momento di scendere in acqua, come Maccio Capatonda, pensa: "Ma anche no..." e rimane a terra. Mentre va a togliersi la muta, vede il suo diretto (e unico) inseguitore allontanarsi fra i barconi ormeggiati.
"Se ce la fai a uscire oggi," pensa sconsolato, ma sportivo, il nostro eroe "ti meriti di passarmi davanti."
Togliersi la muta e disarmare la barca però è un errore, perché, prima della seconda regata, il vento calerà drasticamente e se lui fosse potuto uscire in mare, avrebbe potuto prendere il via con gli altri. Sarà questo l'unico rimpianto di tutta la vacanza.

Visto che per oggi non c'è altro da dire riguardo la vela, ne approfitterò per raccontarvi qualcosa del luogo dove si svolgono le regate.
Se fosse un film, la Euro Cup di Hyères potrebbe intitolarsi: "Non è un paese per quarantenni". In albergo, quando il nostro eroe va a fare colazione la mattina, nella grande sala al terzo piano ci sono solo persone dai sessant'anni in su; il primo giorno ha contato tre stampelle e un deambulatore. Ogni volta che lo vedono arrivare, gli âgées si voltano verso di lui come i rettili giganti del trip da acido in "Paura e delirio a Las Vegas" e hanno l'aria di pensare: "Che ci fa qui, 'sto ragazzino?" Di contro, appena esce dall'albergo, l'età media precipita a vent'anni. Quando lo vedono arrivare al molo per armare la barca, i giovani velisti europei convenuti per l'evento hanno l'aria di pensare: "Che ci fa qui, 'sto vecchio?".
Se c'è una cosa che il Velista Mascherato ha imparato da questa esperienza, è che prima di iscriversi a una regata è meglio controllare che sia prevista la classe master. Se non c'è, meglio diffidare...

L'albergo in cui alloggiano il Velista Mascherato e la sua ancor più mascherata consorte si chiama: "Le plein sud". Visto da fuori non è male; dentro delude un po', ma è pulito e il personale (se si esclude l'àlgida barista) è gentile. C'è anche la piscina, ma il Velista Mascherato preferisce evitarla perché teme che i vecchietti ci abbiano buttato dei baccelloni spaziali che li fanno ringovanire. Spiegherebbe molte cose.

La colazione è ottima e abbondante (se vai a farla prima delle 8:00 AM) e si possono affittare delle biciclette per non farsi a piedi il chilometro che divide l'albergo dall'abitato. In stanza c'è il televisore, ma prende solo UN canale di ciascun Paese dell'Unione Europea; in compenso, la vista dal balconcino non è male.
C'è solo una cosa, del suo albergo, che il Velista Mascherato non riesce a sopportare. Prima di parlarne, però, devo fare una precisazione.

Il nostro eroe, nella sua squattrinata giovinezza, ha dormito in luoghi davvero strani: un dormitorio per camionisti in mezzo alla Turchia, il giardino di un Kibbuz in Israele, una casa d'appuntamenti in Corsica, la vetrina di un negozio a Zurigo... Insomma: da buon velista, magari è snob, ma non è schizzinoso. C'è solo una cosa, su cui non può transigere: il bidet; e quello, a "Le plein sud", non c'è.
E non solo manca il bidet, che in Francia te lo aspetti, ma, a complicare le cose, il naturale complemento del bidet (ciò che nei testi specializzati è definito: "il ceramico"), è collocato in un vano distinto e separato. Un vano talmente piccolo che, se il nostro eroe avesse un grado in più di presbiopìa, non riuscirebbe nemmeno a leggere durante l'exploit, perché le braccia gli sbatterebbero sulla porta.

Ora, mi domando e dico: i Francesi sono un popolo antico e civile che ha, da sempre, influenzato la storia, il costume e l'arte mondiali. Com'è possibile, dico io, che cotanto popolo non capisca l'esigenza di un lavacro, dopo l'espletamento di certune incombenze?
Hanno avuto Manet, hanno avuto Monet: PERCHÉ non hanno bidet?

sabato 3 aprile 2010

Match-race!

Insomma, il problema pare sia il vang. Il Velista Mascherato, che viene da tre anni di regate su barconi da quaranta piedi, pensava che, con vento forte, si dovesse lascare un po' il vang per far scaricare la balumina e, sotto raffica, orzare per non lascare la randa. Non aveva pensato, però, che un Laser, contrariamente a un X46, è sprovvisto di paterazzo e ha una deriva che pesa molto meno di 4.500 chili. Stando così le cose, pare sia meglio cazzare quanto più possibile il vang per piegare l'albero verso poppa rendendo meno grassa la vela e, sotto raffica, mollare scotta piuttosto che orzare. La barca, come che sia, deve restare il più piatta possibile.

Forte di questi nuovi insegnamenti, il nostro eroe scende in campo per la prima regata della sua vita di laserista. Il tempo è propizio: il vento non è né troppo né troppo poco e anche se c'è una fastidiosa onda corta, è la stessa situazione che ha affrontato durante tutto l'inverno al lago. Stavolta, ce la può fare. Il tragitto dal porticciolo al campo di regata "alfa" non è divertente come il giorno precedente (il vento è girato e, adesso, in vece che al lasco è in faccia), ma i lunghi bordi di bolina gli permettono di provare le nuove regolazioni prima della regata. Arrivato sulla linea di partenza, ligio agli insegnamenti ricevuti, controlla se ci sia un lato favorito e cerca di prendere dei punti a terra che gli permettano di capire se sta uscendo dalla linea o no. Appena sente lo sparo, si volta verso la barca comitato per vedere se hanno alzato il segnale preparatorio (se non è quello, qualcuno deve essersi suicidato...), ma la barca dei giudici è nascosta dietro una foresta di vele bianche. "OK: parto in boa," pensa il nostro eroe, e fa scattare il cronometro.

Quando manca un minuto al via, comincia a scendere cauto lungo la linea di partenza. Non ci sono molte barche, intorno a lui: la maggior parte dei regatanti sta facendo a sportellate sottovento alla barca comitato, così non deve preoccuparsi delle precedenze e del pericolo di "abbordi in mare". Parte bene, tutto sommato: al segnale di avvio è praticamente sulla linea, con un discreto spazio libero sopravvento. Davanti a lui, sottovento, c'è uno svedese e il nostro eroe cerca di stargli dietro. Ci riesce, ma solo in senso letterale: il finnico sta alle cingie molto meglio e molto più di lui e va decisamente più veloce. "See you when you're 40!" pensa il nostro eroe, citando Dido, e si prepara a virare. Quando è mure a sinistra, scopre, con suo grande stupore, di essere messo piuttosto bene rispetto al resto della flotta. Lo svedese è ancora davanti, ma la maggior parte degli altri Laser è dietro di loro e terribilmente a destra rispetto alla boa verde a cui stanno puntando. Lo svedese vira per sfruttare un salto di vento e il Velista Mascherato, per non saper né neggere, né scrivere, lo imita. "Devo calcolare bene la lay-line," pensa. "Non devo farmi prendere dalla fretta..." Al primo scarso, vira di nuovo, per raggiungere la lay-line di destra. La virata gli viene proprio bene e il nostro eroe si esalta. "Calma, adesso," pensa. "Pensa solo a timonare e non..." È a questo punto che si accorge: la boa a cui stava puntando NON È la boa di bolina, ma quella di lasco. La boa di bolina, quella vera, è circa un miglio più a destra. "Sono ultimo!" pensa il nostro eroe, guardando desolato la distesa di vele bianche fra sé e la boa. Per una volta, i fatti non lo smentiscono.

C'è di buono che è già sulla lay-line, e non deve fare altre virate; c'è di meno buono che è mure a sinistra, e, quando arriva in prossimità della boa, si trova la strada sbarrata dalle barche che scendono veloci al lasco, tutte con mure a dritta. Dopo un tempo che gli sembra infinito, finalmente si apre un varco e lui ne approfitta, ma la sua felicità è di breve durata: per andare in boa deve virare, ma è ancora troppo a sinistra. Dovrebbe salire ancora un po' al vento, ma non lo può fare perché deve dare la precedenza alle barche che salgono di bolina con mure a dritta. Quando finalmente la processione è passata, riesce a portarsi sulla lay-line di destra e a virare. È anche lui mure a dritta, ora, ma non c'è più nessuno su cui avere precedenza. Come se non bastasse, un nuovo problema si profila all'orizzonte: è la flotta dei 4.7, che regata sullo stesso campo degli standard. I cuccioli seguono un percorso leggermente diverso di quello dei grandi, ma la prima boa di bolina è in comune.

È a questo punto che il Velista Mascherato dimostra tutta la sua sportività: potrebbe fregarsene e tirare dritto, forte del fatto che ha la precedenza, ma, se facesse così, ostacolerebbe la gara di quelli che, evidentemente, si stanno giocando le prime posizioni. Ne vale la pena? Decide di no: lui, nella migliore delle ipotesi, potrebbe arrivare non-ultimo; mentre un ragazzino che ce la sta mettendo tutta potrebbe perdere l'occasione di arrivare primo. Così, paziente, lascia acqua e passa solo quando il gruppetto delle giovani promesse è sfilato via. Il Dio della vela, però, vede la sua buona azione e decide di ricompensarlo con un avversario degno della sua perizia: si chiama Denis ed è un francese di mezza età che sembra uscito da un film di Louis de Funes. Lui e il Velista Mascherato, da metà del primo bordo di poppa fino alla linea di arrivo, si sfidano in un match-race non dichiarato, ma combattutissimo perché, chi vince, non arriva ultimo. All'ultima boa, prima della breve bolina che porta al traguardo, sono appaiati: Denis sceglie il lato destro del campo di gara, il Velista Mascherato va a sinistra. Con un breve bordo mure a dritta si porta fuori dai rifiuti delle altre barche, poi vira e, mure a sinistra (ma conta poco, visto che non c'è nessun altro), punta dritto alla lay-line. Vira bene, ma troppo presto: se non virerà di nuovo, passerà sotto alla boa. Il nostro eroe è rabbioso, ma la vista dello scafo azzurro del povero Denis, decisamente sottovento, lo rimette di buonumore. Nella zona di arrivo trova i 4.7 che ha lasciato passare alla prima boa di bolina e, a meno di tre lunghezze dal traguardo, senza volerlo, taglia la strada a un ragazzino che sta arrivando mure a dritta. Dalle urla, capisce che il giovane è francese, così azzarda un: "Excuse-moi, je suis desolé..." Basterà questo, si chiede, o dovrà fare un 360 per espiare? Se tira dritto batte Denis, ma i giudici, che sono proprio lì a fianco, potrebbero penalizzarlo; di contro, se fa un 360, Denis passerà il traguardo prima di lui... Decide di tirare dritto, per tre ragioni:
a) lui e il ragazzino non sono in competizione diretta, perciò, una penalità non lo compenserebbe dell'eventuale danno subìto;
b) l'altra barca, per quello che ha visto lui, non ha dovuto modificare la sua rotta, quindi, anche se azzardata, la sua condotta potrebbe essere stata legittima;
c) meglio la possibilità di perdere che la certezza.
Tira dritto, quindi, e taglia vittorioso (su Denis) il traguardo, poi veleggia verso il gommone del suo allenatore.

Il Coach Mascherato lo guarda come guarderebbe un vecchio cane che ha riportato un bastone lanciato a pochi metri di distanza, ma riesce comunque a trovare delle parole di incitamento per il suo pupillo. Il Velista Mascherato percepisce la sua delusione, ma non se ne cura: d'accordo, è arrivato novantanovesimo su cento barche in gara, ma, nel complesso, è andata molto meglio di quanto si aspettasse.

venerdì 2 aprile 2010

L'aria che tira...

...è stata chiara fin dall'arrivo sui cieli di Francia: guardando giù dal finestrino dell'aereo, il blu del del mare davanti a Nizza appariva tutto striato dal bianco delle creste bianche delle onde. "Dev'essere un effetto locale," ha pensato il Velista Mascherato, intravedendo, sullo sfondo, le cime innevate delle Alpi. "Hyères è centottanta chilometri da Nizza: magari lì è più calmo..." Ma non era. Ieri sera, prima di tornare in albergo, il Velista Mascherato è passato a guardare le previsioni del tempo in Capitaneria: quindici nodi a mezzogiorno, venti nodi verso le due. Si aspettava, per ciò, una situazione con vento teso e onda, nella quale avrebbe fatto fatica a tenere dritta la sua barca, ed è precisamente quella che trova al mattino; solo che, una volta fuori dal porticciolo di Hyères, le cose peggiorano. I Laser standard regatano nel campo "alfa", un paio di miglia (al lasco) a destra del porto. Il Velista Mascherato si fa il segno della croce, poi lasca randa e poggia nel vento. Malgrado la deriva sia intenzionalmente ancora tutta giù, la barchetta parte in planata, cominciando ad accelerare. Vedendo che non muore, il nostro eroe alza la deriva fino a che non sente più il rumore dell'acqua in cavitazione sotto allo scafo e passa i minuti seguenti in uno stato di completa esaltazione, crescente di pari passo con la velocità a cui sfreccia impavido sui flutti. Arrivato nell'area della partenza, si è quasi convinto di potercela fare, ma basta un bordo di bolina per farlo ricredere: alla seconda virata, la scotta gli si impiglia in un piede, regalandogli la prima scuffia della giornata. Il bagno freddo gli schiarisce le idee. Risalito a bordo, il Velista Mascherato si rende conto di aver osato troppo: se scuffia di bolina, cosa succederà, in poppa? Come se non bastasse, la linea di partenza va sempre più affollandosi e lui non è assolutamente certo di riuscire a controllare la barca in una situazione di traffico intenso. Se mai, il contrario. "Faccio una cosa," pensa il nostro eroe. "Adesso vado verso il porto e resto lì a fare pratica, tanto, ho altri tre giorni per regatare..." L'idea, in sè, non è del tutto sbagliata, ma non tiene conto dei salti di vento causati, sotto costa, dall'abitato di Hyères. Mentre al largo il vento passa da 20 a 25 nodi sotto raffica, sotto costa passa da 20 a 0 nodi nell'arco di pochi metri, tornando poi ai 20 nodi iniziali. Di rientrare in porto, sfilando in senso opposto alla processione di barche che uscivano, non se ne parla nemmeno, così il Velista Mascherato decide di provare a fare un bordo in poppa. Poggia poggia poggia, lasca lasca lasca, la barca sembrata tranquillizzarsi e il nostro eroe si può finalmente rilassare. "Non faccio niente," pensa. "Lascio che la barca vada da sola..." Un attimo dopo, è in acqua. Raddrizzata la barca, il Velista Mascherato decide di tornare a terra e, con una bolina prudente, si avvicina all'antimurale del porto, cercando con gli occhi il gommone del suo allenatore con la stessa trepidante speranza con cui un bambino, smarritosi in un grande magazzino, cerca la sua mamma. "Mi ha detto che ha un gommone rosso..." pensa il nostro eroe. "Peccato che qui hanno TUTTI un gommone rosso!.. Adesso viro e..." Un attimo dopo è in acqua. In piedi sulla pancia della sua barca, capovoltasi per la seconda volta consecutiva a centottanta gradi, il Velista Mascherato vede avvicinarsi il commone del suo allenatore. "Tocchi il fondo?" gli chiede il suo mèntore e, vuoi per la stanchezza, vuoi per l'umiliazione, il nostro eroe ci mette un po' a capire che si riferisce alla punta dell'albero.

giovedì 1 aprile 2010

In partenza

Sono all'aeroporto, in attesa dell'imbarco. Seguendo una millenaria tradizione familiare, sono partito da casa con un anticipo assurdo, che mi avrebbe consentito di arrivare in orario anche in caso di tsunami e adesso cerco di ingannare il tempo davanti al terminal C14. Visto che ci sono, ne approfitto per ringraziare pubblicamente, seppure da un blog dal nome dìscolo, la signora Angela delle assicurazioni RAS. Da quando scrivo questo blog, ho un accordo di sponsorizzazione inversa con il mio allenatore: mi paga se non faccio il suo nome. La mia assicurazione, però, non ha alcuna colpa o responsabilità nelle mia scarse prestazioni sportive, quindi posso farne esplicita menzione senza paura di arrecarle danno. Il fatto è che la mia banca ha combinato un mezzo pasticcio e, fino a ieri mattina, non riusciva a darmi una prova del fatto che avessi effettivamente pagato il bollettino postale del premio dell'assicurazione RC della mia barchetta. Adesso non vi tedio con i particolari, ma solo la cortesia e la disponibilità della signora Angela (e dell'agenzia Colussi, in generale) mi hanno permesso di partire, oggi, con il mio certificato assicurativo in borsa. Grazie, sinceramente. Chiudo con un invito ai miei fratelli laseristi: NON VI RIDUCETE ALL'ULTIMO MINUTO! A me, oggi, è andata bene, ma non si può sempre fare conto sull'altrui disponibilità per compensare la propria leggerezza. A presto, e attenti ai pesci d'aprile.